settle donne

 



All women are beautiful. Then, there are the gorgeous ones.

Tutte le donne sono belle. Poi ci sono quelle che non dimentichi.

PROLOGO

La notte in cui cominciai a ricordare

Mi svegliai che era ancora buio.

Succede spesso, adesso.
A settant’anni il sonno non è più quello di una volta. Si spezza durante la notte, si ritira per qualche ora, poi torna come se niente fosse.

Guardai l’orologio sul comodino.

Le tre e diciassette.

Restai sdraiato ancora qualche minuto.

Il soffitto sopra di me era quello che guardavo da trent’anni, da quando avevamo comprato questa casa. Conoscevo ogni crepa, ogni piccola macchia di umidità nell’angolo vicino alla finestra. Anche al buio riuscivo quasi a indovinarle.

Quando vivi abbastanza a lungo nello stesso posto, le cose diventano familiari come il tuo stesso corpo.

Fuori la notte era silenziosa.

Dalla finestra socchiusa entrava un filo d’aria fresca. Non faceva freddo, ma l’estate era ormai finita. C’era quell’odore di terra umida e foglie secche che arriva sempre verso la fine di settembre.

Sentii un cane abbaiare da qualche parte, lontano.

Poi il rumore di una macchina sulla strada principale.

Per il resto, niente.

Il silenzio delle piccole città quando tutti dormono.

Accanto a me il letto era vuoto.

Chiara dormiva nella stanza accanto.
Da qualche anno abbiamo deciso di dormire separati. Non per litigi, non per rancore. Solo per dormire meglio. A una certa età il sonno diventa una cosa delicata.

All’inizio mi sembrava una soluzione strana.

Adesso mi sono abituato.

Le vite lunghe funzionano così. Ci si abitua a molte cose che una volta sembravano impossibili.

Mi girai su un fianco.

Cercai di riaddormentarmi.

Chiusi gli occhi.

Aspettai.

Niente.

Il sonno non tornò.

Alla fine capii che non aveva senso restare lì.

Mi alzai piano.

Infilai le pantofole — quelle con la suola morbida che Matteo mi aveva regalato due Natali fa — e uscii nel corridoio.

La casa di notte sembra sempre un po’ diversa.

Più grande.

Più vuota.

Le fotografie alle pareti erano solo rettangoli chiari nel buio. Passai accanto alla foto del nostro matrimonio, poi a quella di Matteo quando si era laureato.

Mi fermai un momento.

Non per guardarle davvero.

Solo per riconoscerle.

Poi continuai verso le scale.

In cucina accesi la luce piccola sopra il tavolo.

Quella grande è troppo forte a quell’ora. Ti fa sentire subito fuori posto, come se la notte fosse finita all’improvviso.

La cucina era in ordine.

Chiara ha sempre avuto questa abitudine. Prima di andare a dormire sistema tutto: piatti nella credenza, tazze appese ai ganci, tavolo pulito.

Una casa ordinata dà l’illusione che anche la vita lo sia.

Aprii il rubinetto e bevvi un bicchiere d’acqua.

Poi rimasi qualche secondo in piedi, senza fare niente.

Dalla finestra sopra il lavandino si vedeva il tetto della casa di fronte e, più in là, il campanile della chiesa. Il cielo era limpido. Le stelle si vedevano ancora bene.

Pensai di tornare a letto.

Poi cambiai idea.

Presi la moka piccola.

Una tazza sola.

Un tempo usavamo quella grande. Tre caffè la mattina, a volte quattro quando Matteo era abbastanza grande da berlo con noi.

Adesso basta questa.

Riempì il serbatoio d’acqua, misi il caffè nel filtro e la chiusi.

Accesi il gas.

La fiamma blu tremò sotto la moka.

Mi sedetti al tavolo.

Fu in quel momento, mentre aspettavo il caffè, che arrivò il primo ricordo.

Non fu una scena.

Non fu una storia.

Solo un nome.

Elena.

Subito dopo arrivò un altro nome.

Martina.

Poi un altro ancora.

La ragazza della libreria.

Sara.

Giulia.

Chloé.

Anna.

L’ultima era Anna.

Rimasi seduto a guardare quei nomi passare uno dopo l’altro, come se fossero apparsi su una pagina invisibile davanti a me.

Era una sensazione strana.

Per anni avevo vissuto senza pensarci davvero. Lavoro, famiglia, bollette, giornate tutte simili.

La vita normale.

Eppure quelle donne erano ancora lì.

Come se il tempo non fosse passato.

Il caffè cominciò a borbottare nella moka.

Il rumore riempì la cucina per qualche secondo.

Mi alzai, spensi il gas e versai il caffè nella tazza blu. Quella che Matteo mi aveva regalato per la festa del papà tanti anni fa.

La scritta è quasi sbiadita ormai, ma si legge ancora:

Il miglior papà del mondo.

Tornai a sedermi.

Non bevvi subito.

Guardai il vapore che saliva dalla tazza.

Forse quelle donne non erano solo ricordi.

Bevvi un sorso.

Il caffè era forte. Amaro.

Rimasi seduto senza fare altro.

I nomi continuavano a tornare.

Elena.

Martina.

La ragazza della libreria.

Sara.

Giulia.

Chloé.

Anna.

Non arrivavano come una lista ordinata. Piuttosto come immagini che affiorano dall’acqua. Prima un volto, poi un gesto, poi una frase dimenticata da anni.

Mi chiesi perché proprio loro.

Nella mia vita avevo conosciuto molte persone. Compagni di scuola, colleghi, amici.

Eppure quelle donne erano rimaste.

Quasi tutte erano storie incompiute.

Possibilità.

Strade che avevo visto aprirsi davanti a me per un momento e che poi avevo lasciato chiudere.

All’epoca mi sembrava sempre di avere una buona ragione.

L’università.

Il lavoro.

Chiara.

La paura di complicare la vita.

Le ragioni, quando si è giovani, non mancano mai.

Guardai di nuovo la tazza.

Il caffè stava diventando tiepido.

Mi appoggiai allo schienale della sedia.

Per un momento pensai di tornare a letto.

Ma sentivo che non era solo una notte insonne.

C’era qualcosa in quei ricordi.

Qualcosa che non avevo mai guardato davvero.

Pensai ad Anna.

Anna era la prima.

La più lontana nel tempo.

La vidi come se fosse davanti a me.

Una bambina con le treccine, il grembiule blu della scuola elementare, il banco davanti al mio.

Un giorno la mia gomma cadde per terra.

Lei si chinò, la raccolse e me la porse.

“Tieni.”

Ricordo ancora il modo in cui sorrise.

È strano cosa resta nella memoria.

Non i giorni interi.

Solo piccoli momenti.

Appoggiai la tazza sul tavolo.

Fuori il cielo stava cambiando colore. Le stelle si spegnevano una alla volta.

La notte si stava ritirando.

Capii una cosa semplice.

Se non facevo niente, quei ricordi sarebbero tornati a nascondersi.

Come avevano fatto per anni.

Forse era il momento di guardarli davvero.

Uno per uno.

Bevvi l’ultimo sorso di caffè.

Era freddo.

Attraversai la cucina e spensi la luce.

Poi andai nello studio.

È una stanza piccola, attaccata al soggiorno. Negli anni è diventata una specie di deposito di carta. Libri sugli scaffali, pile di giornali, quaderni vecchi.

Accesi la lampada sulla scrivania.

Aprii il cassetto in basso.

Il cassetto dove finiscono le cose che non si sa dove mettere.

Vecchie lettere.

Ricevute.

Piccoli oggetti che hanno perso il loro uso ma non il loro significato.

Frugai tra le carte.

Poi trovai un quaderno.

Copertina nera.

Cartone rigido.

Le pagine leggermente ingiallite ai bordi.

Lo presi.

Lo portai in cucina.

Mi sedetti.

Il quaderno restava chiuso davanti a me.

Rimasi così per un po’.

Aprire un quaderno è una specie di decisione.

Alla fine lo aprii.

La prima pagina era completamente bianca.

Presi una penna.

La tenni sospesa sopra il foglio.

Poi scrissi.

FUTURO IMPERFETTO

Le lettere vennero grandi, un po’ inclinate verso destra.

Rilessi il titolo.

Mi sembrò giusto.

Sotto il titolo scrissi due date.

1982 – 2024

Poi una frase.

Il futuro è tutto ciò che non abbiamo fatto.

Posai la penna.

Guardai la pagina.

Era poco.

Eppure mi sembrava già l’inizio di qualcosa.

Girii pagina.

Inspirai lentamente.

Poi scrissi:

Mi chiamo Luca. Ho settant’anni.

Continuai.

E questa è la storia di sette donne che avrei potuto amare e non ho amato.

Rilessi la frase.

Sette donne.

Era curioso.

Il giorno prima non avrei pensato a loro.

Avrei parlato di Chiara.

Della nostra casa.

Di Matteo.

E invece quella notte erano tornate tutte insieme.

Chiusi il quaderno.

Non perché avessi finito.

Ma perché capii che non era una storia da scrivere tutta in una notte.

Quelle vite erano rimaste dentro di me per decenni.

Potevano aspettare ancora un po’.

Spensi la luce.

La cucina tornò buia.

Solo il chiarore dell’alba entrava dalla finestra.

Salendo le scale capii che avevo già deciso.

Avrei scritto una storia per ognuna di loro.

Una alla volta.

Senza fretta.

Quando tornai in camera erano quasi le cinque.

Chiara dormiva ancora.

Mi sdraiai piano.

Chiusi gli occhi.

Quella mattina dormii poco.

Ma quando mi alzai il quaderno era ancora sul tavolo della cucina.

Lo aprii.

Guardai il titolo.

FUTURO IMPERFETTO.

Sotto c’erano le prime righe.

Presi la penna.

E cominciai dalla prima.

Elena.

CAPITOLO 1

Elena e il mare d'inverno

Accendo la radio.

Cerco una stazione che trasmetta musica vecchia. A quest'ora se ne trova sempre una. Le canzoni degli anni Ottanta hanno un suono che riconosco subito: sintetizzatori lenti, batterie elettroniche, una malinconia leggera che allora non sapevamo ancora chiamare nostalgia.

Parte una canzone.

Il ritmo entra piano nella cucina ancora in penombra.

Ed è in quel momento — senza un motivo apparente — che penso a lei.

Elena.

Il nome arriva all'improvviso, come un oggetto dimenticato che cade da uno scaffale. La rivedo come allora: la treccia lunga sulla schiena, il cappotto scuro, quel modo di osservare le cose come se stesse cercando di capire qualcosa che agli altri sfuggiva.


Avevo vent'anni quando la incontrai. Frequentavo Lettere moderne all'università di Pisa — non per vocazione, se devo essere sincero. Mi piaceva leggere e mi sembrava una buona scusa per rimandare le decisioni vere. Venivo da un paese della provincia e facevo il pendolare: treno la mattina, treno la sera. Il Palazzo della Sapienza mi sembrava enorme. Entravo sempre con una specie di rispetto.

Fu lì che cominciai a vederla.

All'inizio era solo una presenza tra le altre. Una ragazza che passava nei corridoi. Poi, lentamente, cominciai a riconoscerla: i capelli raccolti in una treccia lunga che continuava a sistemare con la mano, come se temesse che si sciogliesse. Ripensandoci adesso, mi sembra quasi un segnale — come se qualcosa dentro di lei volesse essere libero e lei cercasse di tenerlo a posto.

I suoi occhi erano chiari. Non saprei dire di che colore. A seconda della luce diventavano verdi, o grigi, o quasi azzurri. Ma non era quello che colpiva davvero. Era il modo in cui guardavano. Quando si fermavano su di te, anche solo per un attimo, sembrava che stessero aspettando qualcosa. Non una risposta. Una possibilità.


Le prime conversazioni furono brevi. "Che corso segui?" "Letteratura contemporanea." "Com'è il professore?" "Parla molto." Domande piccole, risposte piccole. Ma sotto quelle frasi normali succedeva qualcosa: c'era una facilità tra noi, quella sensazione rara per cui parlare con qualcuno non richiede sforzo e le frasi arrivano da sole, come se stessero già aspettando da qualche parte.

Una mattina uscimmo dall'aula insieme. Pioveva — non una pioggia forte, una di quelle piogge sottili che restano sospese nell'aria. Elena aprì l'ombrello. Era rosso, un po' storto. "Se vuoi," disse, "puoi stare sotto."

Camminammo così per qualche minuto. L'ombrello era troppo piccolo per due persone e ogni tanto le nostre spalle si sfioravano — non abbastanza da sembrare intenzionale, ma abbastanza da farsi notare. Ricordo il rumore della pioggia sul tessuto, il profumo leggero dei suoi capelli. Ricordo di aver pensato, senza dirlo, che avrei voluto che quella strada fosse più lunga.


Le settimane passarono così. A volte studiavamo insieme in biblioteca. Elena sceglieva sempre lo stesso posto: un tavolo vicino alla finestra grande che dava sul cortile interno. Diceva che la luce lì era migliore. Aveva un modo curioso di studiare — leggeva qualche pagina, poi alzava lo sguardo e restava ferma per qualche secondo, come se stesse cercando di capire dove mettere quelle parole dentro di sé.

Una volta le chiesi cosa stesse pensando.

Lei chiuse il libro. "Sai una cosa strana? Quando leggo certi libri ho la sensazione che parlino di una vita che non ho ancora vissuto."


Una sera uscimmo dall'università insieme. Era già buio e le luci dei lampioni facevano brillare i sampietrini bagnati. Camminammo senza fretta verso il Lungarno. Il fiume scorreva lento e nero sotto i ponti.

"Ti piace Pisa?" mi chiese.

"Non lo so. Mi sembra una città di passaggio."

Lei rimase in silenzio un momento. "Secondo me tutte le città sono di passaggio. Anche quelle dove vivi tutta la vita. Soprattutto quelle."

Restammo appoggiati al parapetto a guardare l'acqua. Non successe niente — nessun bacio, nessuna dichiarazione. Solo quel silenzio tranquillo che a volte nasce tra due persone quando non hanno bisogno di riempire tutto con le parole.


L'inverno arrivò senza fare troppo rumore.

Un mattino entrai nel cortile della Sapienza e vidi il mio respiro nell'aria. Elena era già in biblioteca, al solito posto. Alzò lo sguardo e sorrise.

Studiai in silenzio per un po', poi a metà mattina lei chiuse il libro.

"Basta studiare," disse, e indicò la finestra. Il cielo era limpido, un blu freddo e tagliente. "È una giornata perfetta per vedere il mare."

"Adesso?"

"Adesso. Il mare d'inverno è diverso — non c'è quasi nessuno, il vento è più forte, e l'acqua sembra più grande." Aveva quello sguardo che avevo imparato a riconoscere: lo sguardo di qualcuno che sta già vedendo qualcosa che gli altri non vedono ancora. "Saltare una lezione non cambierà la mia vita," aggiunse, con un mezzo sorriso. "Almeno spero."

Rimasi in silenzio. A vent'anni pensi sempre di avere tempo.

"Io dovrei studiare," dissi.

Elena restò a guardarmi per qualche secondo. "Certo," disse poi. Chiuse lentamente il quaderno. "Un'altra volta, allora."

Uscimmo insieme dalla biblioteca. L'aria fredda del cortile mi colpì subito il viso. Arrivati sulla strada ci fermammo, gli studenti che passavano accanto a noi in tutte le direzioni.

Lei infilò le mani nelle tasche del cappotto. "Allora io vado."

"Da sola?"

"Non è la prima volta." Fece spallucce.

"Magari la prossima volta vengo," dissi.

Era una frase prudente. Troppo prudente. Elena sorrise — ma era un sorriso appena cambiato.

"Magari," disse.


Poi fece un passo indietro, salutò con la mano, e svoltò l'angolo.

Non pensai che fosse un addio. Pensai che ci saremmo rivisti — all'università, il giorno dopo. Le storie raramente finiscono con una scena chiara. Molto più spesso finiscono così: qualcuno gira un angolo, e tu resti fermo a pensare che non è successo niente di importante.

Quel giorno non presi l'autobus. Tornai alla mia scrivania, studiai, feci esattamente quello che mi sembrava giusto. E la mia vita andò avanti da lì, in una direzione sola, come tutte le vite.

A volte però mi capita di chiudere gli occhi e immaginare un'altra possibilità: il freddo sulla spiaggia, il vento forte, Elena che cammina vicino all'acqua. E io che arrivo dietro di lei.

Ma quella è un'altra vita.

Una vita che non ho vissuto.

CAPITOLO 2

Martina e la Cinquecento scassata

Oggi ho aperto il cassetto della scrivania.

Non lo facevo da anni. È quel cassetto dove finiscono le cose che non si sa dove mettere: vecchie lettere, fotografie sbiadite, oggetti che non si vogliono buttare ma che non si vuole nemmeno vedere. Il cassetto dei ricordi. Il cassetto dei fantasmi.

Ci ho infilato la mano dentro senza un motivo preciso. Forse cercavo qualcosa. Forse cercavo niente. A una certa età succede spesso — apri un cassetto solo per riempire il pomeriggio.

In fondo, sotto una pila di ricevute pagate chissà quando, sotto un vecchio portafoglio di cuoio ormai secco, sotto una penna stilografica che non funziona più da anni, ho trovato un'agenda. Una di quelle agende universitarie con la copertina di plastica nera e le pagine sottili che ingialliscono subito.

L'ho aperta. Pagina dopo pagina: appunti scritti di fretta, orari di lezione, numeri di telefono cancellati e riscritti. Nomi di persone che non vedo da decenni. Volti che non ricordo più.

Poi, a metà dell'agenda, una data cerchiata in rosso.

23 maggio. Esame di Filosofia morale. Ore 9. Aula B.

Filosofia morale. Il professor Marchesini. Un uomo magro, con gli occhiali spessi e un tic nervoso alla palpebra. Aveva una voce sottile, quasi un sussurro, e quando parlava tutta l'aula faceva silenzio per sentirlo. Mi aveva fatto sudare sette camicie per preparare quell'esame. Eppure non ricordo che voto presi. Non ricordo quasi nulla di quello che studiai. Kant, Hegel, Schopenhauer — nomi, solo nomi. Concetti che allora sembravano fondamentali e che oggi non saprei più spiegare.

Ricordo invece benissimo il giorno prima.


Il 22 maggio 1984 era un martedì. L'ultimo scoglio prima della laurea. Filosofia morale era l'esame che tutti temevano — quello che bocciava metà degli studenti, quello che dovevo passare.

Avevo studiato per settimane. Ero diventato pallido come un cadavere, con le occhiaie profonde e i nervi a fior di pelle. Sapevo tutto di Kant, tutto di Hegel, tutto di quei filosofi tedeschi che scrivevano frasi lunghe una pagina intera. Ma dentro di me la paura restava.

Quella mattina mi ero svegliato alle sei. Avevo ripassato per tre ore, finché le parole avevano cominciato a confondersi davanti agli occhi. Poi ero andato in facoltà per l'ultima lezione prima dell'esame — il professore aveva fatto un ripasso generale e io avevo preso appunti come un ossesso. Nel pomeriggio ero tornato a casa e avevo studiato altre quattro ore. I libri aperti sul tavolo. Fogli sparsi. Sottolineatori di tre colori diversi. Una piccola follia.

Alle sette di sera squillò il telefono.

«Luca? Sono Marco. Stasera faccio una festa a casa mia. Devi venire.»

«Marco, hai idea di che giorno è domani? Ho l'esame più difficile della mia vita.»

«Appunto. Se resti lì a rimuginare fino a notte, domani vai fuori di testa. Vieni, mangiamo qualcosa, beviamo una birra e torni a casa tranquillo.»

Esitai. «Non so…»

«Non c'è niente da sapere. Ti aspetto alle otto.»

Riattaccò. Rimasi lì con il telefono in mano a guardare i libri sul tavolo. Da una parte Kant. Dall'altra una festa.

Quella sera Kant perse.


La rividi un'ora dopo che ero arrivato.

Ero in cucina a cercare qualcosa da mangiare quando entrò lei. Aprì il frigorifero, prese una bottiglia d'acqua e bevve direttamente dal collo. Poi si girò. Di nuovo quegli occhiali da sole puntati verso di me — dentro casa, di sera.

«Anche tu non sopporti le feste?» chiese.

La sua voce era diversa da come me l'ero immaginata. Più bassa, più calma. Con un leggero accento del nord — forse veneto, forse lombardo.

«Non proprio. È che domani ho un esame. Sono venuto giusto per non fare il musone, ha detto mio cugino.»

Lei sorrise. Un sorriso piccolo, appena accennato. «Il musone. Bel nome.»

«Non è il mio nome. È quello che mi dà lui.»

«E qual è il tuo nome?»

«Luca. E tu?»

«Martina.»

Mi girai quel nome nella testa per qualche secondo. Martina. Le stava bene.

«Piacere, Martina.»

«Piacere, Luca che non sopporta le feste.»

Restammo in silenzio per un momento. Lei appoggiata al frigorifero, io al muro. Fuori la musica continuava a martellare, ma in cucina arrivava più bassa.

«Frequenti l'università?» chiesi.

«Legge. A Firenze. Ma sono di qui, torno spesso. E tu?»

«Lettere. A Pisa. Domani ho l'esame di Filosofia morale. Il peggiore.»

«Kant?»

«Kant, Hegel, Schopenhauer. Tutti insieme.»

Lei rise. Una risata breve, ma piacevole. «Ti capisco. Io ho dato Filosofia del diritto l'anno scorso. Roba da matti.»

«E com'è andata?»

«Passata. Non chiedermi come.»

Ridemmo. Era strano — fino a quel momento mi ero sentito fuori posto in quella festa, come se fossi capitato lì per errore. Ma parlando con lei quella sensazione sparì. Come se all'improvviso ci fosse un posto anche per me.

Dopo un po' uscimmo sul balcone. Fuori l'aria era fresca — una di quelle notti di fine primavera in cui non fa freddo ma senti comunque il bisogno di respirare più profondamente. La musica arrivava attutita dalla porta finestra. Ci appoggiammo alla ringhiera. Davanti a noi le luci della città.

«Posso chiederti una cosa?» dissi.

«Certo.»

«Perché porti gli occhiali da sole anche di notte?»

Lei non rispose subito. Per un attimo pensai di aver fatto una domanda stupida. Poi si tolse gli occhiali. Li infilò nella tasca della giacca e si girò verso di me.

«Così» disse.

I suoi occhi erano scuri. Ma non era il colore a colpire. Era il modo in cui guardavano — diretto, senza esitazioni.

«Li porto da quando avevo sedici anni» disse. «Un ragazzo mi disse che avevo gli occhi tristi. Che sembravo sempre sul punto di piangere. Allora ho cominciato a metterli. Per non far vedere.»

Fece una pausa. «Poi è diventata un'abitudine.»

La guardai. «Non sono tristi.»

«Cosa?»

«I tuoi occhi. Non sono tristi. Sono intensi.»

Martina rimase immobile per un momento. Poi sorrise. Questa volta era un sorriso diverso. Più aperto.

«Grazie, Luca.»

«Di niente.»

Restammo qualche minuto senza parlare. Il silenzio non era imbarazzante. Era uno di quei silenzi rari in cui due persone stanno bene anche senza dire niente.

La festa cominciò a svuotarsi verso mezzanotte. La gente se ne andava a gruppi, salutando, ridendo, promettendo di rivedersi. Marco era in salotto con un gruppo di amici. Io e Martina eravamo ancora sul balcone. Avevamo parlato per ore senza accorgercene — di musica, di libri, di film. Lei mi raccontò di suo padre, morto quando lei aveva dodici anni. Di sua madre che aveva cresciuto tre figli da sola. Di come aveva imparato presto a cavarsela, a non chiedere mai aiuto, a sembrare forte anche quando non lo era. Io le raccontai della mia provincia, del desiderio di andarmene, della paura di non farcela, dei libri che leggevo per sentirmi meno solo.

Lei ascoltava davvero. Non come fanno molte persone, che aspettano solo il loro turno per parlare. Lei ascoltava con gli occhi, con il viso, con tutto il corpo. E quando parlava lei, io facevo lo stesso.

A un certo punto Marco aprì la porta finestra. «Ehi, musone! Che fai? È quasi l'una.»

Mi girai. «Già?»

«Già. La festa è finita. Io vado a dormire. Tu come torni?»

Non ci avevo pensato. Ero arrivato con l'autobus, ma a quell'ora non passava più.

«Prendo un taxi» dissi.

«Figurati» intervenne Martina. «Ti accompagno io. Ho la macchina.»

Marco ci guardò con un sorriso furbo. «Ah, bene. Allora buonanotte.»

E sparì dentro casa.

Rimanemmo soli. Martina si girò verso di me. «Allora?»

«Allora cosa?»

«Vieni?»

Annuii. E scendemmo le scale insieme.


Scendemmo le scale senza parlare molto. La musica della festa rimase sopra di noi, sempre più lontana. Quando uscimmo in strada l'aria della notte ci colpì subito — fresca, pulita, una di quelle notti di maggio in cui la città sembra finalmente respirare.

Martina camminava davanti a me con passo deciso. La vidi fermarsi accanto a una macchina parcheggiata in doppia fila. Una Cinquecento bianca. La carrozzeria era ammaccata su un lato. Il paraurti posteriore era tenuto su con del nastro adesivo grigio.

Martina si voltò verso di me e sorrise. «È questa.»

La guardai meglio. «È… particolare.»

Lei rise. «È una schifezza, lo so. Ma le voglio bene. Mi ha portata in giro per mezzo Italia, questa macchina. Non mi ha mai lasciata a piedi.»

Aprì lo sportello dal lato del passeggero e si sedette. Io presi il posto di guida. La chiave era già inserita nel cruscotto. Girandola, il motore tossì due volte prima di accendersi con un rumore sordo.

«È un po' malandata» disse lei.

«Va benissimo così» risposi. «Ha carattere.»

Martina sorrise. «Il carattere ce l'ha, eccome.»

Partimmo. Le strade erano quasi vuote. Le luci dei lampioni scorrevano sul parabrezza come riflessi d'acqua.

Martina si accese una sigaretta. Abbassò il finestrino di un paio di centimetri per far uscire il fumo.

«Dove abiti?» chiesi.

«Centro. Vicino a Piazza delle Vettovaglie. E tu?»

«Una stanza in affitto vicino alla stazione.»

Lei annuì. «Brutta zona.»

«Brutta, ma economica.»

Restammo in silenzio per qualche secondo. Il motore della Cinquecento faceva un rumore continuo, un po' rauco, ma regolare.

«Che musica ti piace?» chiese Martina.

«Molte cose. I cantautori italiani, soprattutto.»

«Tipo?»

«De André. Guccini. Vecchioni.»

Lei fece un mezzo sorriso. «Anche a me piace Guccini.»

«Davvero?»

«Soprattutto La locomotiva.»

Annuii. «La più bella.»

Per qualche secondo cercai la frase nella memoria. «Come faceva quel verso…» dissi.

Martina lo disse prima di me. «Io vorrei trovare un senso in questa vita affannata…»

La continuai io. «…e scoprire che il mio viaggio non è stato una giornata sprecata.»

Ci guardammo. Sorridemmo insieme.

«Bravo» disse lei. «Sei promosso.»

«Grazie.»

Attraversammo l'Arno. Il fiume era nero sotto i ponti. Le luci dei lungarni si riflettevano sull'acqua ferma. Passammo davanti alla Torre, illuminata come sempre, poi imboccammo una strada più stretta verso il centro.

Martina fumava in silenzio. Ogni tanto buttava fuori il fumo dal finestrino.

«Sai una cosa?» disse a un certo punto.

«Cosa?»

«Mi piacciono le macchine piccole.»

«Perché?»

«Perché non puoi fingere di essere qualcuno che non sei. Con una macchina così non puoi fare il tipo importante.» Sorrise. «Sei solo tu.»

Annuii. Aveva ragione.

Arrivammo davanti al suo portone. Un palazzo antico, in una via stretta. Il portone era grande, di legno scuro, con due colonne ai lati. Parcheggiai in doppia fila, come aveva fatto lei prima. Spensi il motore.

Per un momento restammo seduti senza parlare. La strada era quasi vuota. Una finestra illuminata al terzo piano. Il rumore lontano di un motorino che passava. Il suo profumo ancora nell'aria — qualcosa di leggero, di floreale, che non saprei descrivere ma che ricordo ancora adesso.

Martina tolse la sigaretta dalle labbra e la spense contro il bordo del finestrino. Poi aprì lo sportello. Stava per scendere quando si fermò. Si voltò verso di me.

«Vuoi salire?»

Le parole rimasero sospese tra noi. La guardai. Aveva tolto gli occhiali da sole. I suoi occhi erano scuri, profondi. Un po' stanchi, forse. Ma dentro c'era qualcosa. Una domanda. Un invito.

«Non ti trattengo» disse. «Solo un caffè.»

Sentii il cuore accelerare. Sapevo che se fossi salito sarebbe successo qualcosa. Non sapevo cosa. Ma qualcosa sì.

Pensai ai libri aperti sulla scrivania. Pensai all'esame. Pensai a tutte le notti passate a studiare. Pensai a mio padre che mi diceva sempre: studia, che è l'unica cosa che conta. Pensai alla paura di sbagliare, di perdere tempo, di lasciarmi andare.

Poi guardai Martina. Il modo in cui mi stava guardando. Il silenzio della strada. Il motore ancora caldo sotto il cofano.

«Non posso» dissi. «Devo studiare.»

Lei annuì. Non insistette. Non si arrabbiò. Semplicemente infilò di nuovo gli occhiali da sole — anche se era notte. Il suo viso sparì dietro quelle lenti scure.

«Come vuoi.»

Scese dalla macchina. La vidi infilare la chiave nel portone. Spingere il battente. Entrare. Prima di sparire si voltò un attimo. Fece un piccolo gesto con la mano.

Poi scomparve dentro il palazzo.


Rimasi seduto nella Cinquecento per qualche minuto. Il motore spento. La strada vuota. Il suo profumo ancora nell'aria.

Poi riaccesi il motore. E tornai a casa.

Tornai a casa che era quasi l'una e mezza. La mia stanza era esattamente come l'avevo lasciata — libri aperti sul tavolo, appunti sparsi, la tazza di tè ormai fredda. Mi sedetti alla scrivania. Presi il libro di Kant. Provai a riprendere da dove avevo lasciato.

Ma non riuscivo a leggere. Le parole scivolavano davanti agli occhi. Le frasi non stavano ferme. Kant diventava Martina. L'imperativo categorico diventava il suo sorriso.

Chiusi il libro. Mi alzai. Camminai avanti e indietro per la stanza.

Perché non ero salito?

La domanda continuava a tornarmi in testa. La finestra dava sul cortile interno della pensione — era tutto buio, tranne una luce accesa al piano di sopra.

Paura. Sempre quella. Paura di sbagliare, di perdere tempo, di non essere all'altezza, di lasciarmi andare. Così mi ero rifugiato nella cosa che conoscevo meglio. I libri. L'esame. Il futuro. O almeno quello che allora mi sembrava il futuro.

Per un momento pensai di tornare indietro. Non era impossibile. Erano passati forse venti minuti. Potevo ancora prendere la macchina, tornare davanti al suo portone, suonare il campanello. Dirle che avevo cambiato idea. Dirle che il caffè poteva aspettare.

Guardai l'orologio. L'una e quaranta.

Troppo tardi, pensai. O forse no. Forse era proprio il momento giusto. Forse era ancora lì, sveglia, ad aspettare.

Ma non lo feci.

Tornai alla scrivania. Aprii il libro. E studiai tutta la notte.


La mattina dopo entrai in aula B con gli occhi rossi e la testa che ronzava. Il professor Marchesini era già lì — magro, con gli occhiali spessi e quel tic nervoso alla palpebra che non smetteva mai. Mi guardò. Fece un piccolo cenno con la testa.

Cominciai a parlare. Parlai per mezz'ora. Di Kant, di Hegel, di Schopenhauer. Le parole uscivano da sole, come se qualcuno le avesse preparate per me durante quella lunga notte insonne.

Il professore ogni tanto annuiva, ogni tanto faceva una domanda. Alla fine si tolse gli occhiali. «Bene.» Fece una breve pausa. «Trenta e lode.»

Uscii dall'aula che mi sembrava di camminare a un metro da terra. Marco e altri amici mi aspettavano nel corridoio. Quando dissi il voto mi abbracciarono. «Grande!» «Te l'avevo detto!» «Offri da bere!»

Andammo a mangiare una pizza. Bevemmo birra. Ridevamo. Io ero felice — davvero, in quel momento, ero felice. Avevo superato l'ultimo ostacolo. La laurea era davvero vicina.

Eppure, in mezzo a tutta quella allegria, dentro di me c'era una piccola cosa che continuava a graffiare.

Martina. Quella notte. Il suo viso senza occhiali. La sua domanda.

Vuoi salire?

A un certo punto mi alzai dal tavolo. Andai al telefono a gettoni del bar. Provai a cercare il suo numero sull'elenco. Non lo trovai — non sapevo nemmeno il suo cognome. Rimasi qualche secondo con la cornetta in mano. Poi tornai al tavolo. Sorrisi. Brindai.

Ma quella sensazione non se ne andò.


Passarono i giorni. Poi le settimane. Ogni tanto andavo al bar dell'università vicino a Giurisprudenza — era il posto dove l'avevo vista qualche volta. Entravo, ordinavo un caffè, guardavo la gente. Speravo di rivederla. Ma non c'era mai.

Una volta, in centro, mi sembrò di riconoscerla. Una ragazza con i capelli corti, una giacca di pelle. Le corsi dietro con il cuore in gola. Quando si voltò capii che non era lei. Mi sentii stupido.

A giugno incontrai Marco. Eravamo seduti su una panchina vicino alla facoltà.

«Hai saputo di Martina?» mi chiese.

«No.»

«Si è trasferita. A Milano, credo. Ha trovato lavoro in uno studio legale.»

Rimasi in silenzio. «Ah.»

Marco mi osservò per qualche secondo. «Ti piaceva, vero?»

Feci spallucce. «Non lo so. Forse.»

Marco scosse la testa. «Sei proprio scemo, Luca.»

Aveva ragione.


Per anni ho fatto lo stesso sogno.

Sempre lo stesso. Sono nella Cinquecento. Martina è seduta accanto a me con gli occhiali da sole. Guidiamo per le strade vuote di Pisa. Arriviamo davanti al suo portone. Parcheggio. Lei si gira verso di me. Si toglie gli occhiali.

«Vuoi salire?» chiede.

E io, finalmente, dico sì.

Scendiamo dalla macchina. Entriamo nel portone. Saliamo le scale. Lei apre la porta di casa. Entriamo.

E proprio in quel momento mi sveglio.

Sempre lì. Sulla soglia. Come se il mio cervello si fermasse esattamente dove si era fermato quella notte, incapace o forse restio ad andare oltre. Come se anche nel sogno avesse paura di scoprire cosa c'era dall'altra parte.

Con il tempo quel sogno è diventato sempre più raro. Adesso non lo faccio quasi più. Ma ogni tanto, quando non riesco a dormire, ci penso ancora. A quella porta. A quel dopo che non ho mai conosciuto. Alla vita che non ho vissuto.


Qualche anno fa rividi la Cinquecento.

Ero a Firenze per una commissione — niente di speciale, una giornata qualsiasi, una di quelle che si dimenticano in fretta. Camminavo in una strada stretta del centro quando la vidi parcheggiata lì, in doppia fila. Bianca. Ammaccata su un lato. Il paraurti posteriore tenuto su con lo scotch.

Mi fermai. Il cuore mi fece un piccolo salto.

Mi avvicinai lentamente, quasi con cautela, come se potesse sparire da un momento all'altro. Guardai dentro. I sedili erano gli stessi, consumati. Sul sedile posteriore c'era una coperta di lana buttata alla rinfusa. Dal cruscotto pendeva un portachiavi — una piccola tartaruga di plastica. Sul cruscotto c'era anche un pacchetto di sigarette vuoto.

Rimasi lì a guardare quella macchina come si guarda un oggetto del passato. Quanti anni erano passati? Trenta? Trentacinque? Eppure la Cinquecento era ancora lì. La stessa macchina scassata che — diceva Martina — non l'aveva mai lasciata a piedi.

Restai fermo qualche minuto. La gente passava accanto a me e mi guardava con curiosità. Poi la porta di un negozio vicino si aprì.

Uscì una donna.

All'inizio non la riconobbi. Aveva i capelli lunghi adesso, con qualche filo grigio, portati legati in una coda bassa. Indossava un tailleur elegante e scarpe con il tacco. Sembrava una professionista — una di quelle donne che hanno una vita piena e poco tempo da perdere.

Poi alzò lo sguardo. Gli occhi erano gli stessi. Scuri. Profondi. Un po' stanchi.

Ci guardammo.

«Martina» dissi.

Lei si fermò. Mi osservò per un secondo. Nei suoi occhi passò qualcosa — un piccolo movimento, come quando un ricordo cerca di tornare. Poi sparì.

«Mi dispiace» disse. «Non… non mi ricordo.»

«Luca» dissi. «L'università. La festa a casa di Marco. La Cinquecento.»

Lei guardò la macchina. Poi tornò a guardare me. I suoi occhi si strinsero leggermente, come se stesse cercando di recuperare qualcosa. Ma non trovò niente — o forse decise di non trovare niente. Non lo saprò mai.

«Mi dispiace» ripeté. «Sono passati tanti anni.»

Feci un piccolo gesto con la mano. «Non importa.»

Lei sorrise. Un sorriso gentile, educato, ma distante. «Allora buona giornata.»

Salì sulla Cinquecento. Girò la chiave. Il motore tossì due volte — proprio come allora — e poi partì. La vidi infilarsi nel traffico e sparire dietro l'angolo.

Rimasi lì sul marciapiede ancora per qualche minuto. Non mi aveva riconosciuto. O forse sì. Forse aveva solo deciso di non ricordare.

In ogni caso, era finita così.


Camminando verso la stazione pensai a quella cosa. Per lei io ero stato solo una serata. Una conversazione su un balcone. Un passaggio in macchina. Una domanda rimasta senza risposta. Niente di più.

Per me invece era diventata altro. Un rimpianto. Una possibilità rimasta sospesa per trent'anni. Una porta che non avevo mai aperto.

Eppure quella possibilità, per me, era stata reale. Quella notte, in macchina, quando mi aveva chiesto vuoi salire?, c'era qualcosa di vero. Lo sentivo allora. Lo sento ancora adesso.

Forse anche lei lo sentì. Forse qualche volta, negli anni, ha pensato a quella notte. Oppure no. Forse sono solo io, ormai vecchio, a tenere vivi certi ricordi. Non lo saprò mai.


Quella sera, tornato a casa, presi un foglio. E scrissi una lettera.

Cara Martina,

oggi ti ho vista. Dopo trentacinque anni ti ho vista.

Non mi hai riconosciuto. È giusto così. Per te ero solo una serata. Una chiacchierata sul balcone. Un passaggio in macchina. Ma per me quella serata è stata importante.

Per anni ho pensato a quella notte. A quando mi hai chiesto se volevo salire. A quando io ho detto di no.

Ho scelto Kant invece di te. Ho scelto un esame invece di una possibilità. Ho scelto la prudenza invece del coraggio. E per molto tempo mi sono chiesto cosa sarebbe successo se avessi detto sì.

Naturalmente non lo saprò mai. Forse non sarebbe successo niente. Forse sarebbe nata una storia. Forse solo un caffè e qualche risata.

Ma volevo dirti grazie. Grazie per quella notte. Grazie per avermi guardato senza occhiali. Grazie per avermi insegnato — anche se troppo tardi — che a volte le cose importanti arrivano senza preavviso.

Spero che tu sia felice. Davvero.

Luca

Piegai la lettera. La infilai in una busta. Scrissi il suo nome. Poi scrissi solo una parola: Milano. Nient'altro. Non so dove vive. Potrei cercare — oggi con internet si trova quasi tutto. Ma non lo farò. Questa lettera resterà qui, nel cassetto, con le altre. Come molti ricordi della vita: cose che non servono più a cambiare il passato, ma servono a capire il presente.


Adesso sono le tre del mattino. La casa è silenziosa. Chiara dorme nella stanza accanto.

Io sono qui alla finestra. Guardo il cielo. Penso a Martina. Alla sua Cinquecento scassata. Ai suoi occhiali da sole anche di notte. Alla sua risata sul balcone di quella festa. Al modo in cui mi aveva guardato in macchina, davanti al suo portone, aspettando una risposta che non arrivò mai.

Mi chiedo — ogni tanto, nelle notti come questa — come sarebbe stata la mia vita se avessi detto sì. Forse niente sarebbe cambiato. Forse tutto. Non lo saprò mai.

Ma una cosa la so. Quella notte, seduto in quella macchina, per un attimo ho avuto tra le mani qualcosa di prezioso. L'attenzione di una donna. La possibilità di una storia. Un'occasione.

E l'ho lasciata andare.

Come sabbia tra le dita.

CAPITOLO 3

La ragazza della libreria

Oggi sono entrato in una libreria.

Non succedeva da anni. Una volta compravo libri per mia nipote, quando era piccola. Poi ha cominciato a leggere sul tablet e anche quello è finito. I libri veri — quelli con le pagine da sfogliare e l'odore della carta — sono diventati cose da vecchi. Come me.

Ma oggi mia nipote compie tredici anni. Mia figlia mi ha detto: «Papà, prendile un libro. Un bel libro. Anche se non lo legge subito. È un regalo che resta.»

Così sono uscito di casa e sono andato in centro. C'era una libreria grande, in una piazza che conoscevo bene. Una di quelle moderne con i divani, il caffè, i ragazzi seduti per terra a leggere. Quando sono arrivato davanti ho visto che aveva chiuso. Un cartello: Affittasi. Le vetrine sporche. Dentro, gli scaffali vuoti.

Un'altra vittoria del digitale, ho pensato.

Allora ho continuato a camminare. Mi sono infilato in strade che non frequentavo più da anni, lasciando fare ai piedi. Il centro era cambiato, ma non del tutto. Alcune vie erano rimaste identiche a come le ricordavo — gli stessi palazzi, gli stessi portici, la stessa luce che cade tra i tetti nel pomeriggio. Camminavo senza una meta precisa, guardando le facciate, sentendo sotto le scarpe il selciato irregolare che conosco da una vita.

A un certo punto mi sono trovato in una strada stretta, con il selciato sconnesso e i palazzi così vicini che quasi si toccavano. Una strada che non percorrevo da decenni. E lì, in un angolo, ho visto un'insegna di legno scolorita.

Libreria.

Mi sono fermato. Il cuore mi ha fatto uno strano balzo.

Era ancora lì.


Era il 1979. L'ultimo anno di liceo.

Frequentavo il classico in una città di provincia, a mezz'ora di treno da Pisa. Una città piccola, sonnolenta, dove tutti conoscevano tutti e non succedeva mai niente. I pomeriggi erano lunghi. Le serate vuote. I fine settimana interminabili.

La mia salvezza erano i libri. Leggevo tutto quello che trovavo — romanzi, poesie, saggi, qualunque cosa mi capitasse tra le mani. Leggevo per evadere, per viaggiare senza muovermi, per vivere vite che non erano la mia. Leggevo perché i libri erano l'unico posto dove mi sentivo davvero a casa.

E poi c'era la filosofia. Quella era la mia passione segreta. Non la dicevo a nessuno — i miei compagni parlavano di calcio e di ragazze. Io parlavo poco, ma dentro la testa avevo Platone, Aristotele, Nietzsche. Pronunciavo quei nomi come fossero formule magiche.

Il problema era che nella mia città non esistevano librerie vere. Solo edicole con qualche tascabile e una piccola libreria scolastica che vendeva i libri di testo. Per trovare qualcosa di serio dovevo andare a Pisa.

Così, ogni settimana, prendevo il treno.

Il martedì e il giovedì, dopo scuola, prendevo il treno delle due. Arrivavo a Pisa alle tre. Dalla stazione attraversavo il ponte e mi infilavo nel dedalo di strade del centro. Camminavo sempre lo stesso percorso, come un pellegrino. Via San Frediano. Piazza dei Cavalieri. Poi una stradina stretta dove non passava quasi nessuno. La libreria era lì — piccola, con l'insegna di legno e la vetrina piena di libri impilati alla rinfusa.

Quando entravo, il mondo fuori spariva.

C'era un odore particolare in quel posto. Carta vecchia. Polvere. Tempo fermo. Un odore che mi faceva sentire al sicuro, che mi diceva che ero nel posto giusto. Il libraio — un uomo magro con gli occhiali e il maglione di lana anche d'estate — mi conosceva. Mi vedeva entrare, faceva un cenno con la testa e tornava a leggere il giornale. Sapeva che non avrei rubato niente. Solo letto.

Io andavo dritto allo scaffale della filosofia. Era in fondo a destra, tra psicologia e sociologia. Due scaffali pieni di libri che non potevo permettermi — Einaudi, Laterza, Adelphi. Ogni volume costava quanto una settimana di paghetta. Ma non importava. Potevo leggerli lì, in piedi, per ore. Alle sei la libreria chiudeva. Rimettevo il libro al suo posto, salutavo il libraio con un cenno e tornavo alla stazione per prendere il treno delle sei e mezzo. Arrivavo a casa con la testa piena di pensieri e con la voglia di tornarci il martedì dopo.

Era il mio rituale. La mia fuga. La mia religione.

Poi, un giorno, la vidi.


Era novembre, credo. Un pomeriggio grigio, con la pioggia che batteva piano sui vetri della libreria.

Io ero nel corridoio della filosofia, intento a sfogliare Essere e tempo di Heidegger — un libro che non capivo quasi per niente, ma che mi faceva sentire importante. Sentii dei passi. Leggeri. Quasi impercettibili. Alzai lo sguardo.

Lei era in fondo al corridoio, davanti allo scaffale della fenomenologia. Sfogliava un libro che avevo avuto in mano la settimana prima: La nausea di Sartre. Lo teneva aperto con una mano. Con l'altra si spostava una ciocca di capelli dagli occhi — capelli lunghi, castano chiaro, portati sciolti sulle spalle. Ogni tanto li sistemava con un gesto rapido, naturale, come se non ci pensasse.

Indossava un maglione troppo grande. Di quelli che sembrano rubati al fidanzato o al padre. Verde scuro, con le maniche che le coprivano metà delle mani. Portava degli stivali marroni, un po' consumati sul davanti. Si vedevano appena i calzini di lana.

Non la guardai troppo a lungo. Abbassai subito lo sguardo, presi un libro a caso dallo scaffale e finsi di leggere. Ma la sentivo. Sentivo la sua presenza nel corridoio. Il fruscio delle pagine che voltava. Il suo profumo leggero. E avevo la sensazione — forse sbagliata, forse no — che anche lei ogni tanto guardasse verso di me.

Dopo un po' si spostò verso un altro scaffale, più in fondo. Io la seguii con lo sguardo per un secondo, poi tornai al mio libro. Ma non riuscivo più a leggere. Avevo la testa piena di lei.

Quando uscii, alle sei, lei era ancora lì. Sfogliava un altro libro, completamente assorta. Non alzò lo sguardo quando passai accanto.

Ma dentro di me sentivo una strana certezza. Ci saremmo rivisti.


Da quel giorno cominciai a vederla spesso. Sempre lì, sempre nel corridoio della filosofia, sempre da sola. Prendeva libri dagli scaffali, li sfogliava, leggeva qualche pagina e poi li rimetteva a posto. A volte prendeva appunti su un quadernetto nero. A volte restava ferma a guardare il vuoto, come se stesse pensando a qualcosa di molto lontano — lontano da quella stanza, da quella città, da quel pomeriggio.

Io facevo finta di niente. Continuavo a leggere i miei libri, a prendere i miei appunti. Ma ogni volta che alzavo lo sguardo cercavo lei. E qualche volta succedeva — i nostri occhi si incontravano per un secondo. Solo un secondo. Poi tutti e due guardavamo altrove.

Non ci parlavamo mai. Non una parola. Eppure c'era qualcosa tra noi. Una corrente sottile. Un'intesa silenziosa. Come se sapessimo entrambi di essere lì per lo stesso motivo: cercare qualcosa che non sapevamo ancora nominare.

Ricordo un pomeriggio in particolare. Pioveva forte. La libreria era quasi vuota. Io stavo leggendo Il mito di Sisifo di Camus. Lei era entrata, aveva scosso l'ombrello, era andata al solito posto. Prese un libro. Per un'ora restammo così — io da una parte del corridoio, lei dall'altra. Solo il rumore della pioggia sui vetri e il fruscio delle pagine.

Poi, all'improvviso, lei alzò lo sguardo. E mi sorrise. Un sorriso piccolo, timido, appena accennato.

Io sorrisi anch'io.

Poi lei tornò al suo libro. E io al mio.

Ma quel sorriso, per me, fu come una promessa.


Con gli anni ho dimenticato molte cose. Nomi, date, volti. Ma di lei ricordo quasi tutto.

Ricordo il modo in cui si spostava i capelli dalla fronte. Un gesto rapido, con la mano sinistra. Lo faceva quando incontrava un passaggio difficile, come se avesse bisogno di vedere meglio per capire. Ricordo i suoi occhi. Castani, ma con venature più chiare, quasi dorate. Quando leggeva qualcosa che la colpiva davvero, sembravano illuminarsi dall'interno.

Ricordo le sue scarpe. Gli stivali marroni, consumati sul davanti. Li guardavo ogni volta che passava accanto a me. Mi chiedevo quante strade avessero camminato, quante librerie avessero attraversato, quanti pomeriggi come quello.

Ricordo il suo zaino. Di tela verde. Aveva una toppa della NASA cucita sopra. Un dettaglio strano per una ragazza che leggeva filosofia. Ma forse era proprio questo che mi piaceva — non sembrava mai esattamente quello che ti aspettavi. Aveva sempre qualcosa di inaspettato, un dettaglio che spiazzava, che ti faceva capire che c'era più di quello che si vedeva.

E ricordo il giorno in cui la vidi leggere poesia. Aveva in mano una raccolta di Montale, con la copertina gialla Einaudi. La teneva stretta al petto mentre camminava tra gli scaffali, come se fosse qualcosa di prezioso che non voleva posare.

Sono passati più di quarant'anni. E ricordo ancora tutto.

Una volta, mentre aspettavo il treno delle sei e mezzo, mi chiesi perché ricordassi così bene una ragazza con cui non avevo mai scambiato una parola. Poi capii. È proprio questo il punto. Non c'era stato niente — nessuna conversazione, nessun appuntamento, nessuna storia. Solo sguardi e silenzi e quella corrente sottile che passava tra noi nel corridoio della filosofia. E forse è per questo che il ricordo è rimasto intatto: non c'è stata nessuna realtà a consumarlo, nessuna delusione a spegnerlo. È rimasto sospeso, perfetto, come qualcosa che non è mai cominciato e quindi non è mai finito.

Febbraio 1980. Era il 13 febbraio, il giorno prima di San Valentino.

Lo ricordo bene perché nella vetrina della libreria il libraio aveva attaccato dei piccoli cuori di carta. Non era il suo stile — di solito teneva lontani i romanzi rosa, li relegava in uno scaffale in fondo come se fossero libri di second'ordine, come se la loro presenza potesse contaminare gli altri. Ma quel giorno aveva ceduto allo spirito della festa. Nella vetrina, accanto ai soliti libri impilati alla rinfusa, c'erano quei cuoricini rossi che sembravano quasi fuori posto, come ospiti non invitati.

Io entrai come sempre. Salutai il libraio con un cenno. Andai verso il corridoio della filosofia.

Ma quel giorno, per la prima volta, lei non c'era.

All'inizio non ci feci troppo caso. Pensai che fosse in ritardo, che sarebbe arrivata da un momento all'altro come faceva sempre. Presi un libro dallo scaffale e cominciai a leggere. Passarono dieci minuti, poi venti. Alzavo lo sguardo ogni tanto verso l'ingresso del corridoio. Niente. La porta della libreria si apriva e si chiudeva — entravano persone, uscivano — ma non era lei.

Passò mezz'ora. Poi un'ora.

Cominciai a sentire una strana inquietudine che non sapevo bene come definire. Forse era malata. Forse quel giorno non sarebbe venuta. Forse aveva cambiato abitudini, aveva trovato un'altra libreria, aveva smesso di venire a Pisa il martedì e il giovedì. Oppure — pensai con un leggero fastidio allo stomaco che non mi aspettavo di sentire — forse aveva un ragazzo. Forse il 13 febbraio era impegnata a preparare San Valentino con qualcuno, a scegliere un regalo, a scrivere un biglietto. L'idea mi fece male più di quanto volessi ammettere, considerando che non le avevo mai parlato, che non sapevo nemmeno il suo nome.

Rimasi in libreria fino all'ora di chiusura. Continuavo a sfogliare libri senza leggere davvero — le parole scorrevano davanti agli occhi senza fermarsi, le frasi non arrivavano da nessuna parte. Alle sei il libraio cominciò a spegnere le luci. Lei non era arrivata.

Tornai a casa con una sensazione strana addosso, come qualcosa rimasto in sospeso, irrisolto. Quella notte dormii poco, e pensai a lei più di quanto fosse ragionevole pensare a una ragazza con cui non avevo mai parlato, di cui non sapevo niente, che forse non sapeva nemmeno che esistevo.


Il giorno dopo era San Valentino.

Non andai a Pisa. Rimasi a casa. Mi sedetti alla scrivania e provai a studiare latino, ma la testa continuava a tornare alla libreria, alla sua assenza, a quella possibilità improvvisa che qualcosa fosse cambiato. I libri di testo restarono aperti sulla stessa pagina per ore. Le parole non entravano.

Passai la giornata così — tra i libri aperti e i pensieri altrove, tra il senso di ridicolo per star pensando così tanto a qualcuno che non conoscevo e la sensazione ostinata che quella non fosse una cosa da ignorare.


Il 15 febbraio, giovedì, tornai in libreria con una specie di tensione nello stomaco.

Entrai. Salutai il libraio. Andai verso il corridoio della filosofia.

E la vidi.

Era lì. Al solito posto, davanti allo scaffale, con i capelli sciolti sulle spalle e il suo maglione troppo grande. Stava leggendo. Sentii una specie di sollievo — come se qualcosa dentro di me, qualcosa che non sapevo di aver trattenuto, si fosse rimesso a posto.

Non alzò subito lo sguardo. Io presi un libro a caso dallo scaffale e finsi di leggere. Dopo qualche minuto lei alzò gli occhi. Ci guardammo. Per un attimo. Poi lei abbassò lo sguardo e tornò al libro. Non sorrise. Ma neppure sembrava distante. Era come se tutto fosse tornato esattamente com'era prima — quella stessa distanza, quella stessa vicinanza, quella strana storia silenziosa che non aveva mai avuto bisogno di parole.

E io, come sempre, non dissi niente.


Giovedì 13 marzo 1980. Questa data me la ricordo perfettamente.

Entrai in libreria come al solito. Salutai il libraio. Andai verso il corridoio della filosofia. Lei non c'era. Pensai che sarebbe arrivata dopo. Presi un libro, aspettai. Dieci minuti, venti, mezz'ora. Niente.

Cominciai a camminare tra gli scaffali senza uno scopo preciso. Prendevo libri, li aprivo, leggevo qualche riga, li rimettevo a posto. Non riuscivo a concentrarmi. C'era qualcosa nell'aria quel pomeriggio — una specie di tensione silenziosa che non sapevo dove mettere.

Poi, quasi per abitudine, andai allo scaffale di Sartre. Presi La nausea. Lo aprii.

E qualcosa cadde.

Un foglietto. Piccolo. Piegato in quattro.

Mi chinai e lo raccolsi. Le mani mi tremavano. Lo aprii lentamente, come se avessi paura di strapparlo, come se fosse fragile.

C'era scritto un numero di telefono. Nient'altro. Otto cifre scritte con una calligrafia ordinata, precisa — una calligrafia che avevo imparato a riconoscere osservando i suoi appunti da lontano, in tutti quei mesi in cui avevamo condiviso quel corridoio senza mai parlarci.

Nessun nome. Nessun messaggio. Solo il numero.

Capii subito. Era suo. Doveva averlo lasciato lì per me — non sapevo quando, forse il giorno prima, forse una settimana prima, forse quel giorno stesso prima che arrivасsi. Guardai intorno. La libreria era quasi vuota. Solo un vecchio che leggeva il giornale su una sedia in fondo, e il libraio al bancone che sistemava delle pile di libri senza alzare gli occhi.

Lei non c'era.

Uscii con il foglietto in mano. Camminai per le strade di Pisa senza una direzione, continuando a guardare quel pezzo di carta come se potesse sparire. Le mani non smettevano di tremare. Mi fermai su un ponte sull'Arno. Il fiume scorreva lento sotto di me, scuro e tranquillo. Rimasi lì qualche minuto con il foglietto in mano, a guardare l'acqua.

Poi lo misi con cura nel taschino della giacca. E tornai alla stazione.


Non chiamai.

Me lo sono chiesto per quarant'anni, perché non chiamai. E la risposta è sempre la stessa, sempre uguale, sempre insufficiente.

Paura.

Avevo paura che rispondesse una voce diversa — un padre, una madre, una coinquilina. Avevo paura che fosse uno scherzo, che qualcuno ridesse di me dall'altra parte del telefono. Avevo paura di sembrare stupido, imbarazzato, goffo. Avevo paura di non sapere cosa dire — di fare silenzio, di balbettare, di dire la cosa sbagliata. Ma soprattutto — questa è la verità che ho impiegato anni a riconoscere — avevo paura che fosse tutto vero. Che quel numero fosse davvero il suo. Che chiamare significasse cominciare qualcosa. E io, a diciotto anni, non sapevo cominciare niente.

Ero timido. Ero insicuro. Ero convinto di non essere all'altezza di una ragazza come lei — così sicura di sé, così a suo agio in quel mondo di libri e pensieri, così capace di starsene sola in una libreria per ore senza sentire il bisogno di giustificarsi a nessuno. Io ero solo un ragazzo di provincia che prendeva il treno due volte a settimana per sentirsi meno solo.

Cosa potevo offrirle?

Così lasciai passare i giorni. Una settimana, poi due. Ogni sera prendevo il foglietto dal taschino della giacca — poi lo spostai nel cassetto del comodino — lo guardavo, lo rimettevo a posto. Mi dicevo: domani chiamo. Domani trovo le parole. Domani sarò pronto.

Ma il domani non arrivava mai. E ogni giorno che passava la telefonata diventava più difficile da fare, non più facile. Come se il tempo invece di aiutarmi stesse costruendo un muro.


Dopo due settimane presi una decisione.

Avrei rimesso il biglietto nel libro. Lo avrei lasciato esattamente dove lo avevo trovato — tra le pagine de La nausea, allo scaffale di Sartre — come se non fosse mai caduto. Come se non fosse mai stato mio. Come se niente di tutto questo fosse successo.

Era una vigliaccheria. Lo sapevo anche allora. Ma la chiamavo con altri nomi — prudenza, realismo, senso del limite. È quello che si fa quando si ha paura e non si vuole ammetterlo: si trova una parola più dignitosa.

Tornai in libreria il martedì successivo. Presi La nausea dallo scaffale. Lo aprii. Il corridoio della filosofia era vuoto, nessuno mi stava guardando. Tirai fuori il foglietto dalla tasca. Lo guardai un'ultima volta — quelle otto cifre scritte con quella calligrafia ordinata che ormai conoscevo. Poi lo infilai tra le pagine, richiusi il libro con cura, lo rimisi al suo posto.

Uscii senza salutare il libraio.

Camminai verso la stazione con quella sensazione strana di chi ha appena fatto qualcosa di irreversibile — non una cosa grande, non una decisione epocale, solo un gesto piccolo e definitivo. Come chiudere una porta che non riaprirà.


Il martedì successivo tornai in libreria.

Entrai. Salutai il libraio. Andai verso il corridoio della filosofia.

Lei c'era.

In fondo al corridoio, davanti allo scaffale della fenomenologia. Aveva i capelli sciolti, il maglione troppo grande. Stava sfogliando un libro. Mi vide. Alzò lo sguardo.

Per qualche secondi restammo fermi a guardarci. Nei suoi occhi c'era qualcosa che non avevo mai visto prima — non timidezza, non curiosità, non quella corrente silenziosa di sempre. Era una domanda. Una domanda precisa, diretta, come se stesse cercando nel mio sguardo la risposta a qualcosa che aveva aspettato a lungo.

Io non dissi niente. Non mi avvicinai. Non feci un passo verso di lei. Restai dove ero, a distanza, come sempre, con il libro in mano che non stavo leggendo.

Dopo un momento lei abbassò lo sguardo. Tornò al libro. Non sorrise, non fece nessun gesto. Dopo qualche minuto chiuse il volume lentamente, lo rimise sullo scaffale con quella cura che aveva sempre con i libri. Poi passò accanto a me senza guardarmi — a pochi centimetri, così vicina che avrei potuto toccarla — e uscì dalla libreria.

La porta si richiuse alle sue spalle.

E non tornò più.


Continuai ad andare in libreria per settimane. Martedì, giovedì, sempre alla stessa ora, sempre nello stesso corridoio, sempre con la speranza che quella volta sarebbe stata lì. Ma lei non tornò. A giugno finì la scuola, cominciarono gli esami di maturità, poi l'estate arrivò e con l'estate la fine di tutto — i ritmi cambiarono, le abitudini cambiarono, e lentamente smisi di prendere il treno per Pisa il martedì e il giovedì.

La libreria restò lì. Ma quella storia era finita senza essere mai cominciata. Senza una parola, senza un incontro vero, senza nemmeno un nome.

Solo sguardi. Solo silenzio. Solo un foglietto rimesso a posto troppo tardi.

Passarono alcuni anni prima che tornassi in quella libreria.

Nel frattempo ero andato all'università, avevo lasciato la provincia, avevo cambiato città e cominciato un'altra vita. La libreria era rimasta lì nella mia memoria come un posto fermo nel tempo — uno di quei luoghi che non immagini possano cambiare perché li hai congelati in un'epoca precisa della tua vita, come una fotografia che non invecchia mai.

Un giorno, quasi per caso, mi ritrovai di nuovo in quella strada.

La libreria era ancora lì. La stessa insegna di legno scolorita. La stessa vetrina con i libri impilati alla rinfusa. Lo stesso odore di carta vecchia e polvere che mi colpì appena aprii la porta — quell'odore che avevo respirato per anni ogni martedì e giovedì pomeriggio e che riconobbi subito, immediatamente, come si riconosce la voce di qualcuno che non si sente da tanto.

Il libraio era sempre lo stesso. Solo un po' più vecchio — i capelli diventati completamente bianchi, le mani che tremavano leggermente mentre sistemava delle pile di libri sul bancone. Ma gli occhiali erano gli stessi, e lo stesso era il modo in cui alzò lo sguardo quando sentì la porta aprirsi. Mi osservò per un secondo. Poi sorrise.

«Sei tornato» disse. «Quello della filosofia.»

«Sì. Sono io.»

Mi avvicinai al bancone. Guardai il corridoio in fondo — gli stessi scaffali, forse gli stessi libri. Poi esitai. C'era qualcosa che portavo dentro da anni, una domanda che non avevo mai fatto a nessuno perché non c'era mai stato nessuno a cui farla.

«Si ricorda di una ragazza che veniva qui?» dissi. «Capelli lunghi, castani. Maglione grande. Leggeva sempre filosofia. Veniva il martedì e il giovedì, come me.»

Il libraio mi guardò. Per un attimo sembrò pensare, come se stesse cercando in una memoria molto affollata — anni e anni di clienti, di volti, di libri comprati e sfogliati e rimessi a posto. Poi annuì lentamente.

«Certo che me la ricordo.»

Fece una piccola pausa.

«Veniva sempre il martedì e il giovedì. Come te.» Mi guardò con un'espressione strana, difficile da decifrare. «Sembravate due fantasmi, voi due. Sempre nello stesso corridoio, sempre a leggere, sempre vicini. Ma senza parlarvi mai.»

Sentii qualcosa muoversi dentro — qualcosa di antico e pesante che stava fermo da anni e che si spostava appena.

«Si ricorda altro?» chiesi. La voce mi uscì più bassa del solito.

Il libraio si appoggiò al bancone con le mani piatte sul legno. «Una volta la vidi fare una cosa strana» disse. «Prese un libro dallo scaffale — La nausea di Sartre, mi pare. Lo aprì e ci infilò dentro un foglietto. Poi lo rimise al suo posto e se ne andò.»

Rimasi immobile.

«E poi?»

«Poi tornò qualche giorno dopo. Cercava quel libro. Glielo diedi, lei lo aprì subito — come se volesse controllare qualcosa.» Il libraio fece un gesto con la mano, lento. «Poi lo richiuse. E se ne andò.»

«Com'era?» chiesi. Non sapevo bene cosa stessi chiedendo — com'era in quel momento, com'era in generale, com'era la sua faccia quando aveva richiuso il libro.

Il libraio esitò un momento, come se stesse scegliendo la parola giusta tra molte possibili.

«Triste» disse.


Uscendo dalla libreria capii finalmente cosa era successo.

Mentre io tenevo il biglietto sul comodino — una settimana, poi due — indeciso, paralizzato, a ripetermi che avrei chiamato il giorno dopo, lei era tornata. Aveva cercato il libro, aveva aperto la pagina, aveva guardato dentro.

E non aveva trovato niente.

Perché io avevo rimesso il foglietto dopo. Ci eravamo mancati per pochissimo — per un giorno, forse per poche ore. Una coincidenza minuscola, il tipo di coincidenza a cui non pensi mai finché non capisci quanto ha pesato. Una di quelle che cambiano una vita senza fare rumore, senza che nessuno se ne accorga sul momento.

Camminai per le strade di Pisa per un lungo tempo, senza una direzione. Pensavo a lei che apriva il libro. Pensavo alle sue mani che sfogliavano le pagine cercando qualcosa. Pensavo al suo viso quando aveva trovato niente — quando aveva capito che la risposta non era arrivata, che il coraggio che aveva avuto non era stato abbastanza, o che era stato nel posto sbagliato al momento sbagliato.

Pensavo al libraio che aveva detto: triste.


Quella notte feci un sogno.

Ero nella libreria. Nel corridoio della filosofia. Lei era in fondo allo scaffale, con il suo maglione verde e La nausea in mano. Mi avvicinai — nel sogno camminavo senza sentire il pavimento sotto i piedi, come si cammina nei sogni quando si ha fretta di arrivare da qualche parte. Lei alzò lo sguardo e sorrise.

«Finalmente» disse.

«Finalmente cosa?»

«Finalmente ti sei avvicinato.»

Volevo dirle tante cose. Volevo spiegare — il foglietto, il comodino, le due settimane, la paura. Volevo che capisse che non era indifferenza, non era mancanza di interesse. Era solo paura — quella paura stupida e paralizzante che mi aveva tenuto fermo per tutta la vita. Ma non riuscivo a parlare. Le parole si formavano dentro e non uscivano, come succede nei sogni quando hai qualcosa di urgente da dire e la voce non risponde.

Lei mi guardò. Seria, paziente, con quegli occhi castani e dorati che ricordavo.

«Perché non hai chiamato?» chiese.

«Avevo paura» riuscii a dire finalmente.

Lei annuì lentamente. «Lo so. Anche io avevo paura. Per questo ho lasciato il biglietto invece di parlarti di persona.» Fece una piccola pausa. «Ti ho aspettato. Per giorni. Poi sono tornata a cercare il libro.»

«Il biglietto non c'era più» disse.

«Io l'avevo rimesso» dissi. «Ma dopo.»

Lei abbassò lo sguardo. «Poteva andare diversamente.»

Poi sparì. Come spariscono le persone nei sogni — non se ne vanno, non si voltano, semplicemente non ci sono più, e il posto dove stavano è vuoto come se non ci fossero mai state. Mi svegliai con gli occhi pieni di lacrime e la certezza, per qualche secondo ancora intatta prima che la veglia la consumasse, di aver perso qualcosa di reale.


Per anni ho provato a ritrovarla.

All'inizio era solo un pensiero ogni tanto, una curiosità che tornava a galla nei momenti più tranquilli — sul treno, la sera prima di addormentarmi, in certi pomeriggi d'autunno che somigliavano a quei pomeriggi di Pisa. Poi arrivò internet. Quando cominciarono i primi motori di ricerca, fui tra quelli che provarono subito a usarli per cercare persone del passato.

Ma come si cerca qualcuno di cui non si sa nemmeno il nome?

Provai con tutto quello che mi veniva in mente. Ragazza, libreria, Pisa, filosofia, anni Ottanta. Niente. Provai nei forum universitari, nelle pagine degli ex studenti, nei gruppi che parlavano di libri e di lettura. Niente. Una volta trovai su internet la foto di una gita scolastica del 1979 di un liceo di Pisa. La scaricai, la ingrandii, la guardai a lungo. Guardai tutte le ragazze della foto una per una, cercando i capelli castani, il maglione, quello sguardo. Nessuna era lei.

Forse non era di Pisa. Forse veniva da fuori, come me — da Lucca, da Firenze, da qualche paese della provincia che la portava a Pisa il martedì e il giovedì sullo stesso treno che prendevo io. Forse si era trasferita, forse aveva cambiato vita, forse aveva semplicemente smesso di essere la ragazza che io ricordavo, come succede a tutti con il tempo. Oppure — questa è una possibilità a cui si pensa sempre più spesso con l'età, con quella familiarità strana che si sviluppa verso le cose definitive — forse non c'è più.

Non lo so. Non lo saprò mai.

Ma ogni tanto la cerco ancora. Succede quando mi sento solo, quando il passato torna a bussare con quella sua voce paziente che non alza mai il tono. Allora apro il computer, digito parole a caso, aspetto. Non succede mai niente. Gli algoritmi non conoscono i corridoi delle librerie di provincia degli anni Settanta, non indicizzano gli sguardi scambiati tra gli scaffali, non sanno niente di un foglietto lasciato dentro La nausea nell'inverno del 1980.


L'unica cosa concreta che mi è rimasta è un libro.

Non quello della libreria — quello l'ho perso per sempre, disperso in qualche trasloco o rimasto su uno scaffale di qualcuno che non sa cosa conteneva. Ma anni dopo ne comprai una copia identica: la stessa edizione Einaudi, la stessa copertina bianca con il titolo in nero. Sta sul mio comodino da anni. Ogni tanto lo apro, lo sfoglio lentamente, pagina dopo pagina. E per un attimo mi sembra di essere di nuovo in quel corridoio — il freddo fuori, la pioggia sui vetri, lei qualche metro più in là che legge in silenzio con le maniche del maglione che le coprono metà delle mani.

E ogni volta, senza rendermene conto, cerco il foglietto.

Quel numero di telefono. Che non c'è più.


Una notte, molti anni fa, presi un foglio e scrissi una lettera.

Non sapevo a chi spedirla. Non sapevo nemmeno il nome della persona a cui era destinata. Ma la scrissi lo stesso, perché certe cose hanno bisogno di essere dette anche quando non c'è nessuno ad ascoltarle. Anche quando le parole cadono nel vuoto. Anche quando sai già che non arriveranno da nessuna parte.

Cara ragazza della libreria,

non so come ti chiami. Non so dove sei. Non so se questa lettera ti arriverà mai. Forse la leggerà solo il vento.

Ma devo dirti una cosa.

Il biglietto che lasciasti dentro La nausea io lo trovai. Lo tenni con me per due settimane. Stava sul mio comodino. Lo guardavo ogni sera, e ogni sera mi dicevo che il giorno dopo avrei chiamato.

Ma avevo paura. Avevo diciotto anni, ero un ragazzo di provincia, timido e insicuro. Non mi sentivo all'altezza di una ragazza come te — così a suo agio nel mondo dei libri, così capace di stare sola con i tuoi pensieri. Non sapevo cosa dirti. Non sapevo come cominciare. Non sapevo fare la cosa più semplice del mondo: sollevare una cornetta e comporre otto numeri.

Così non chiamai. Dopo due settimane rimisi il biglietto nel libro. Come se non fosse mai successo. Come se non fossi mai stato abbastanza coraggioso da fare una cosa così piccola e così importante.

Tu tornasti. Lo so perché il libraio me lo disse, anni dopo. Cercasti il libro. Lo apristi. E non trovasti niente.

Per tutta la vita ho pensato a quella scena. A cosa sarebbe successo se avessi chiamato. A come sarebbe stata la nostra storia — se ci fosse stata una storia, se ci fossimo piaciuti davvero, se quello che sentivo in quel corridoio fosse stato reale o solo la solitudine di un ragazzo che leggeva troppo.

Forse niente. Forse tutto. Forse solo qualche passeggiata e qualche conversazione. Ma non lo saprò mai. Ed è questo che fa male. Non sapere.

Se qualche volta hai pensato a me — a quel ragazzo silenzioso nel corridoio della filosofia, a quello che non ha mai trovato il coraggio di avvicinarsi — sappi che io a te ho pensato spesso. Più spesso di quanto sia ragionevole.

Grazie per quel biglietto. Grazie per il coraggio che io non ho avuto.

Luca

Piegai la lettera. La misi in una busta. Sulla busta scrissi: Alla ragazza della libreria. Pisa, 1979–1980. Poi la chiusi in un cassetto. È ancora lì.


Oggi, quando sono entrato nella libreria, il vecchio libraio non c'era più. Al bancone c'era un ragazzo giovane con la barba corta e gli occhiali con la montatura di tartaruga. Non mi conosceva, naturalmente. Per lui ero solo un vecchio che entrava a guardare.

«Cerca qualcosa?» mi chiese.

«No» risposi. «Solo guardare.»

Andai dritto al corridoio della filosofia. Era ancora lì, gli stessi scaffali, la stessa luce che filtrava dalla finestra in fondo. Presi La nausea dallo scaffale — c'era ancora, la stessa edizione, un po' più consumata sulla copertina. Lo aprii. Dentro non c'era niente, naturalmente. Ma lo sfogliai lo stesso, pagina dopo pagina, lentamente, come si fa con le cose a cui si vuole dare tempo.

Verso la fine trovai una frase sottolineata. Una linea di matita molto leggera, quasi invisibile, che qualcuno aveva tracciato chissà quando e chissà perché.

«Io penso che bisognerebbe gettarsi in quello che si fa, non restare in disparte a guardarsi vivere.»

La lessi una volta. Poi un'altra. Poi una terza, più lentamente, come se le parole avessero bisogno di spazio per depositarsi.

Chiusi il libro.

Mi chiesi se fosse stata lei a sottolinearla. Se l'avesse fatto per sé, in uno di quei pomeriggi di novembre in cui la pioggia batteva sui vetri e il corridoio era quasi vuoto. O se forse l'avesse fatto pensando a quel ragazzo silenzioso che stava qualche metro più in là e non si avvicinava mai, che aveva il biglietto sul comodino e non chiamava, che rimetteva le cose al posto invece di rischiare. Forse per me.

Non lo saprò mai.

Ma quella frase, letta adesso, dopo una vita intera, suonava in modo diverso da come sarebbe suonata allora. Allora ero un ragazzo che si guardava vivere da lontano, che osservava, che rimandava, che aspettava di essere pronto senza capire che non si è mai pronti davvero, che la preparazione non arriva mai, che l'unico modo di fare le cose è farle. Lei invece aveva fatto un gesto. Aveva scritto un numero. Aveva piegato un foglietto in quattro e lo aveva nascosto tra le pagine di un libro, sperando che le mani giuste lo trovassero al momento giusto.

Aveva rischiato. Io no.

Il ragazzo al bancone alzò lo sguardo mentre rimettevo il libro allo scaffale.

«Tutto bene?»

«Sì» dissi. «È solo un vecchio ricordo.»

Lui annuì. Forse anche lui, da qualche parte nella sua vita ancora giovane, aveva qualcosa che rimandava. Qualcuno a cui non aveva ancora trovato il coraggio di parlare. Speravo di no. Speravo che fosse più sveglio di me — che non aspettasse di essere pronto, che non rimettesse i biglietti al loro posto, che non si guardasse vivere da dietro un vetro.

Uscii. Cominciava a piovere — una pioggia leggera, sottile, la stessa di certi pomeriggi di novembre di quarant'anni fa. Camminai per le strade senza fretta, con le mani in tasca e la testa piena di quella frase.

Non restare in disparte a guardarsi vivere.

Tornato a casa, quella sera, presi il mio La nausea dal comodino. Lo aprii alla prima pagina e scrissi una dedica con la penna, lentamente, con la stessa calligrafia incerta che ho sempre avuto.

Alla ragazza della libreria. Ovunque tu sia. Grazie per il biglietto. Scusa se non ho chiamato.

Poi richiusi il libro e lo rimisi sul comodino, esattamente dov'era prima.

Forse nessuno leggerà mai quella dedica. Forse sì. Ma io l'ho scritta. E questo, dopo tanti anni, mi sembra già qualcosa.


CAPITOLO 4 

Sara e il divano

Qualche giorno fa ho rivisto Sara.

Per caso, al supermercato.

Io stavo cercando il reparto dei vini, quello con le bottiglie buone che mia moglie mi vieta di comprare perché costano troppo. Lei era nel reparto ortofrutta, intenta a scegliere le mele una per una, con una cura che mi ha fermato il cuore.

Le mele. Le sceglieva una per una, le girava tra le mani, le controllava da tutti i lati. Come faceva allora, quando veniva a casa mia e io la prendevo in giro per quella mania.

«Ma cosa controlli? Sono tutte uguali.»

«Non è vero» rispondeva seria. «Quelle belle dentro si vedono fuori. Basta saper guardare.»

La riconobbi subito, nonostante gli anni. I capelli erano diventati grigi, quasi bianchi sulle tempie. Il viso era segnato dalle rughe, quelle che arrivano con gli anni, con i figli, con la vita vissuta. Ma il resto era uguale — lo stesso modo di inclinare la testa quando si concentra, lo stesso gesto di portare la mano alla fronte per spostare una ciocca che non c'è più.

Feci per avvicinarmi. Mossi un passo, poi un altro. Poi vidi l'uomo accanto a lei. Alto, distinto, con i capelli bianchi ben pettinati e un maglione di cachemire color nocciola. Le parlava sottovoce indicando qualcosa nel banco della frutta. Lei sorrideva, annuiva. E poi vidi il ragazzo — quindici anni, forse sedici — che spingeva il carrello con aria annoiata, gli occhi incollati al telefono.

Suo marito. Suo figlio.

Mi fermai. Poi mi nascosi dietro uno scaffale — uno di quelli pieni di scatole di pasta, tutte uguali — e rimasi lì, immobile, a guardarli da lontano. A guardare lei.

Dopo un po' passarono vicino al mio nascondiglio. Lei era a pochi metri. Sentii la sua voce.

«Prendiamo anche del pane. Quello integrale che piace a te.»

Lui rispose: «Come vuoi, amore.»

Passarono. Andarono via. Io rimasi lì con una scatola di pasta in mano, a fissare il vuoto. Poi lasciai il carrello e uscii dal supermercato senza comprare niente.

Tornai a casa. E pensai a quella notte.


Era il 1978. Il liceo.

Sara la conoscevo da sempre — dalle elementari, dai tempi in cui ci scambiavamo le figurine dei calciatori. Lei le collezionava come me, e per una bambina era una cosa strana. Ma a Sara non è mai importato di essere strana.

Alle medie eravamo nella stessa classe. Lei era la più intelligente — quella che prendeva sempre ottimo, quella a cui tutti copiavano i compiti. Io ero quello silenzioso, quello che leggeva troppo. Ci volevamo bene, ma da lontano, con quella cordialità un po' distante che si ha tra compagni di classe che si stimano senza conoscersi davvero.

Poi arrivò il liceo. Lettere classiche, stessa classe di nuovo. Ed è lì, tra i banchi di greco e latino, che qualcosa cambiò.

Sara diventò la mia migliore amica.

Non saprei dire quando sia successo. Forse un pomeriggio in biblioteca, mentre mi spiegava per l'ennesima volta il congiuntivo greco con la pazienza di qualcuno che sa di essere più brava ma non lo fa pesare. Forse una domenica lungo il fiume, quando camminammo per ore parlando di tutto e di niente — di cosa avremmo fatto dopo il liceo, di cosa significava diventare grandi, di quanto fosse strano vivere in una città dove tutti ti conoscevano da quando avevi sei anni. O forse semplicemente con il tempo, senza un momento preciso, come succede con le amicizie vere.

Lei sapeva tutto di me. I miei sogni, le mie paure, le ragazze che mi piacevano e che non avevo il coraggio di guardare, i professori che odiavo, le bugie che raccontavo a casa per uscire la sera il sabato.

Io sapevo tutto di lei. Suo padre che beveva troppo e che certi giorni non tornava a casa. Sua madre che lavorava tutto il giorno e tornava stanca con gli occhi vuoti. I fratelli piccoli che lei praticamente cresceva da sola — faceva la spesa, preparava da mangiare, aiutava con i compiti. La sua paura più grande — quella che non diceva quasi mai ma che traspariva nei momenti di silenzio — di restare intrappolata in quella vita, di diventare sua madre.

Ci dicevamo tutto. E quando non c'erano parole, stavamo in silenzio. E con lei il silenzio non pesava mai.


Ricordo i pomeriggi a casa sua.

Sua madre lavorava fino a tardi, suo padre non si sapeva mai dove fosse. I fratelli più piccoli correvano per la casa urlando e litigando. E noi nella sua stanza, con la porta chiusa, in un mondo a parte.

La sua camera era piccola. Un letto singolo, una scrivania piena di libri, i muri con qualche poster — Battiato, De André, una cartina geografica dell'Europa che aveva attaccato lei stessa con il nastro adesivo. E quel divano.

Un divano piccolo, comprato di seconda mano, con la stoffa consumata e una macchia sullo schienale che non se ne andava mai. L'aveva comprato al mercato delle pulci con i soldi che aveva messo da parte facendo ripetizioni ai ragazzi delle medie.

«È brutto» diceva sempre con quella sua ironia secca. «Ma è mio. Me lo sono guadagnata, questa macchia.»

Io mi sdraiavo su quel divano. Lei stava sulla sedia o sul letto. Ascoltavamo i dischi che ci prestavamo a vicenda. Lei amava Battisti. Io amavo De André. Discutevamo per ore su chi fosse più grande.

«Battisti è un genio» diceva lei.

«De André è un poeta» rispondevo.

«E Battisti non è un poeta? "Emozioni" non è poesia?»

«Va bene, sono tutti e due grandi. Ma De André è meglio.»

Lei rideva. Mi tirava un cuscino. Io lo prendevo in faccia e ridevo anch'io.

Erano giorni semplici. Giorni felici. Ma allora non lo sapevo — allora erano solo i giorni, quelli che passavano uno dopo l'altro senza che ci rendessimo conto di quanto valevano.


Una sera stavamo ascoltando Una donna per amico di Battisti. Il volume era basso perché i suoi fratelli dormivano nella stanza accanto. Lei era seduta sul letto, io sul divano. La luce della lampada disegnava ombre strane sulla parete.

«Luca» disse a un certo punto.

«Dimmi.»

«Posso chiederti una cosa?»

«Certo.»

«Perché non ti fidanzi mai?»

La guardai. «Cosa vuoi dire?»

«Ti piacciono le ragazze, lo so. Lo vedo quando ne parli. Ma non fai mai niente.»

Ci pensai un attimo. «Forse ho paura.»

«Paura di cosa?»

«Di sbagliare. Di fare la scelta sbagliata. Di innamorarmi della persona sbagliata e poi non riuscire a uscirne.»

Sara rimase in silenzio per qualche secondo. Poi disse, con una voce diversa, più bassa: «E se la persona giusta fosse lì, davanti a te… e tu non la vedessi?»

La guardai. I suoi occhi erano seri. Molto seri.

«Allora sarei proprio scemo» dissi ridendo, cercando di alleggerire.

Lei non rise. Continuò a guardarmi. Poi abbassò lo sguardo.

«Forse lo sei» disse piano.

Non capii. O forse capii, ma feci finta di niente — che è una cosa diversa, e molto peggiore.

«Cambiamo disco» dissi.

Lei annuì. Cambiammo disco. Non parlammo più di quella cosa.

Ma quella notte, tornato a casa, ci pensai a lungo. A quella domanda. A quello sguardo. A cosa sarebbe successo se avessi avuto il coraggio di chiederle cosa voleva dire davvero.

Naturalmente non lo feci. Come sempre.


L'università.

Io scelsi Pisa, Lettere. Lei scelse la stessa città, Filosofia. Ci ritrovammo negli stessi corridoi, nelle stesse aule, come se il destino avesse deciso di tenerci vicini ancora un po'. Affittammo due camere in due pensionati diversi, ma a pochi minuti a piedi uno dall'altra.

Le nostre vite continuarono quasi come al liceo. Ci vedevamo tutti i giorni, studiavamo insieme, mangiavamo insieme quando i soldi bastavano. Ci consolavamo quando gli esami andavano male — lei era la prima persona a cui raccontavo una buona notizia. Quando presi trenta al primo esame corsi da lei prima ancora di telefonare a casa. E lei era l'unica con cui potevo permettermi di stare male davvero, senza dover fare la faccia coraggiosa. Quando fui bocciato a Storia moderna passai la sera da lei a mangiare pasta in bianco e lamentarmi per ore, e lei ascoltò tutto senza mai dirmi che esageravo.

Eravamo diventati inseparabili. Come due metà della stessa storia.

O almeno così pensavo.

Perché una cosa, di Sara, non avevo mai fatto. Non mi ero mai innamorato di lei. O forse sì. E non lo sapevo. Oppure lo sapevo, e facevo finta di niente.

L'amore a volte non arriva come un fulmine. A volte cresce piano, sotto pelle, come l'edera che sale su un muro. Un giorno guardi e ti accorgi che ha coperto tutto. Forse con Sara era così. Forse l'avevo sempre amata, ma lo avevo scambiato per qualcos'altro — per amicizia, per abitudine, per una specie di famiglia che ci eravamo costruiti da soli lontano da casa.

Forse. Ma allora non lo sapevo.


Era autunno inoltrato. Novembre, credo. L'aria era fredda e le giornate diventavano buie presto.

Io avevo un esame a dicembre. Sara anche. Quel pomeriggio eravamo stati a casa sua a studiare — i soliti libri aperti sul tavolo, i soliti appunti, le solite pause per parlare di tutto e di niente, per lamentarci dei professori, per fare progetti su cosa avremmo fatto a Natale.

Verso sera lei disse: «Stasera c'è una cena da amici comuni. Marco e gli altri. Vieni?»

«Non lo so. Dovrei studiare.»

«Studi sempre.» Fece una pausa. «Vieni. Ti farà bene uscire.»

Alla fine andai. Come andavo sempre, quando me lo chiedeva lei.


Era una di quelle cene studentesche che si ripetono uguali a se stesse — pasta al sugo, vino rosso scadente, un tavolo troppo pieno di gente, discussioni infinite su politica e filosofia e letteratura, qualcuno che fumava in casa, qualcuno che rideva troppo forte. Io e Sara, come spesso succedeva, eravamo un po' in disparte. Non per snobismo — solo perché ci piaceva di più parlare tra noi che con gli altri. Ci bastava quello.

Parlammo del futuro. Di cosa avremmo fatto dopo la laurea. Lei disse che forse sarebbe andata all'estero — un dottorato, magari in Francia, magari in Germania. Voleva fare ricerca, voleva scrivere, voleva uscire dall'Italia e vedere cosa c'era fuori. Lo diceva con quella sua energia tranquilla, come se stesse descrivendo qualcosa di già deciso, di già reale.

Io dissi che probabilmente sarei rimasto. A insegnare in qualche liceo, in una città di provincia, vicino a casa.

Lei mi guardò e sorrise. «Ti vedo già. Vecchio e solo in una cattedra.»

Scoppiai a ridere. «Grazie al cazzo.»

«Non ti preoccupare» continuò. «Verrò a trovarti ogni tanto.» Fece una pausa. «Ti porterò le mele.»

Ridemmo. Ma dentro, quella frase — vecchio e solo — mi rimase addosso per tutta la serata, più di quanto volessi ammettere.


Verso mezzanotte decidemmo di andarcene.

Faceva freddo, ma il cielo era limpido e le stelle si vedevano bene. Come sempre, la accompagnai a casa. Il suo pensionato era in una via stretta, con un portone verde e un campanello che non funzionava quasi mai.

Arrivammo davanti al portone. Lei frugò nella borsa per cercare le chiavi. Poi mi guardò.

«Vuoi salire?»

Era una domanda normale. Me la faceva spesso — a volte salivo per un caffè, a volte per studiare ancora un po', a volte solo per parlare ancora qualche ora prima di tornare a casa mia. Non era insolito.

Ma quella notte era diverso. Non saprei dire perché con precisione. Forse il modo in cui mi guardava. Forse il silenzio tra noi sulla strada, un silenzio leggermente diverso dagli altri. Forse qualcosa nell'aria fredda di novembre, in quelle stelle, in tutto quel buio intorno.

Comunque salii.


La sua stanza era al secondo piano. Piccola, un letto singolo, la scrivania piena di libri, i muri con le stesse cose del liceo — Battiasto, De André, la cartina dell'Europa. E quel divano.

Il divano di sempre. La stoffa consumata. La macchia sullo schienale.

Ci sedemmo lì. Lei mise su un disco — uno di quelli vecchi, in vinile. Lucio Battisti, Una donna per amico. La stessa canzone di tante serate al liceo. La musica riempì la stanza, bassa, avvolgente, con quella malinconia dolce che hanno certe canzoni quando le ascolti da adulto e ti ricordano chi eri.

Parlammo ancora — del futuro, di quanto fosse difficile diventare grandi, di quanta paura facesse la vita che ci aspettava fuori dall'università. Di quanto fosse strano pensare che tra un anno, forse due, tutto quello che avevamo costruito in quella città sarebbe finito, ognuno per la propria strada.

Poi, a un certo punto, smettemmo di parlare.

La musica continuava. Ma noi restammo in silenzio.

Era un silenzio diverso da tutti gli altri silenzi che avevamo condiviso in anni di amicizia. Più carico. Più attento. Come se entrambi stessimo aspettando qualcosa senza sapere bene cosa.

Sara si girò verso di me.

Mi guardò per un momento. Poi si avvicinò e mi baciò.

Fu un bacio breve. Delicato. Le sue labbra sulle mie per qualche secondo, poi il silenzio di nuovo, e lei che si ritraeva appena e mi guardava, aspettando.

Io non ricambiai il bacio.

Non perché non volessi. Non perché non sentissi niente. Ma perché in quel momento — in quello stesso istante in cui avrei dovuto lasciarmi andare — mi bloccai. Pensai: se rispondo, tutto cambia. Se rispondo, rischio di perdere la cosa più importante che ho. Sara era la mia migliore amica, era la persona con cui parlavo di tutto, era la costante della mia vita da anni. E io avevo paura — quella paura stupida e codarda — di rovinare tutto con un passo falso.

Così mi tirai indietro.

Lei lo capì subito. Lo vidi nei suoi occhi — prima la sorpresa, poi qualcosa di più difficile da guardare.

Non disse niente. Abbassò lo sguardo. Dopo un momento si alzò, cambiò faccia, tornò a essere la Sara di sempre — quella sorridente, quella ironica, quella che non lasciava vedere quando stava male.

«È tardi» disse. «Dovresti tornare.»

«Sara, io…»

«Non importa.» Sorrise. Un sorriso che non arrivava agli occhi. «Davvero. Non importa.»

Tornai a casa che era quasi l'una. Camminai per le strade vuote con le mani in tasca e la testa piena di pensieri che giravano senza fermarsi. Avevo fatto la cosa giusta? Avevo protetto la nostra amicizia o avevo solo avuto paura? E perché le due cose sembravano impossibili da distinguere?


Il giorno dopo ci comportammo come se niente fosse successo.

Ci incontrammo in facoltà, come sempre. Sara mi salutò con un sorriso normale. «Ciao. Hai studiato per l'esame di domani?»

«Certo» risposi. «Tu?»

«Anch'io. Ci vediamo in biblioteca?»

«Va bene.»

E basta. Come se quella sera non fosse mai esistita.

Ma qualcosa era cambiato. Lo sentivo nel modo in cui parlavamo — nelle pause leggermente più lunghe, negli sguardi che si spostavano un attimo prima del solito, in una certa attenzione nuova che mettevamo nelle parole, come se entrambi stessimo evitando qualcosa senza dirlo.

Le settimane passarono. Poi i mesi. Continuammo a vederci, a studiare insieme, a parlare. Ma tra noi c'era una distanza nuova, sottile, quasi invisibile. Una parete di vetro che non avevamo messo noi deliberatamente ma che era lì lo stesso, e che nessuno dei due sembrava sapere come togliere.

Una volta eravamo seduti al bar della facoltà. Stavamo prendendo un caffè, guardavamo fuori dalla finestra gli studenti che passavano. Sara era silenziosa da qualche minuto.

Poi disse, senza guardarmi: «Ti sei mai chiesto come sarebbe stata la nostra vita se fossimo nati in un'altra epoca?»

«Tante volte» risposi.

«Io sì. A volte penso che in un'altra vita saremmo stati diversi.»

«In che senso?»

«Più coraggiosi.»

La guardai. I suoi occhi erano fermi nel vuoto davanti a lei.

«Forse» dissi.

Lei scosse lentamente la testa. «Oppure no. Forse in ogni vita siamo sempre gli stessi. Sempre con le stesse paure.»

Non sapevo cosa rispondere. Sara finì il caffè, si alzò. «Ci vediamo dopo.» E se ne andò.

Io rimasi lì con la tazza in mano, a guardare il posto vuoto di fronte a me.


A primavera Sara conobbe qualcuno.

Si chiamava Andrea. Frequentava Ingegneria. Era alto, bello, con i capelli castani e un sorriso facile — il tipo di ragazzo che entra in una stanza e la riempie senza sembrare che ci stia provando. Veniva da una famiglia benestante, aveva le idee chiare sul futuro, trattava Sara bene. La faceva ridere.

Io lo vidi qualche volta. Veniva a prenderla davanti alla facoltà, le metteva un braccio sulle spalle, lei sorrideva. Sembrava felice — di quella felicità tranquilla, solida, che non ha bisogno di dimostrare niente.

Dentro di me qualcosa faceva male. Ma cercai di convincermi che era giusto così. Mi dicevo: è meglio. Lei è felice. Non stavo cercando di credercelo davvero — stavo solo cercando di smettere di sentire quello che sentivo.

Una sera li vidi per strada. Camminavano vicini, lei gli teneva la mano. Rise per qualcosa che lui aveva detto — una risata vera, spontanea, quella che le conoscevo da anni. Attraversai la strada per non incrociarli. Mi nascosi nell'ombra di un portone e li guardai passare. Lei non mi vide. Continuò a camminare, felice, verso la sua nuova vita.

Io rimasi fermo nell'ombra.

E per la prima volta capii una cosa. Avevo perso qualcosa. Qualcosa che non avevo mai avuto, ma che era stato lì, a portata di mano, per un momento. E io l'avevo lasciato andare.


Ci laureammo a pochi mesi di distanza. Io a luglio, lei a ottobre.

Alla mia laurea Sara c'era. Era in prima fila con un mazzo di fiori in mano, e quando uscii dall'aula mi abbracciò forte. Poi mi regalò un libro — Il deserto dei tartari di Buzzati.

«Perché tu sei come Drogo» disse sorridendo. «Sempre in attesa di qualcosa che non arriva.»

Sorrisi anch'io. «Grazie, Sara.»

«Di niente, Luca.»

Restammo a guardarci per un momento. Per un attimo, nei suoi occhi, rividi qualcosa — una luce, la stessa di quella notte, la stessa domanda silenziosa. Poi sparì.

«Ci vediamo» disse. E se ne andò.

Alla sua laurea io non andai. Avevo un impegno, dissi. Una scusa. La verità è che non ce la facevo — non volevo vederla con la corona d'alloro in testa e Andrea accanto, la sua famiglia felice intorno, tutta quella gioia che non riuscivo a condividere davvero senza sentire sotto qualcosa di più complicato. Così le mandai solo un messaggio.

Auguri, campionessa. Ti voglio bene.

Lei rispose quasi subito. Grazie. Anche io. Ci vediamo presto.

Non ci vedemmo presto. Passarono mesi. Poi anni. Ognuno prese la sua strada, come succede sempre dopo l'università.


La distanza diventò anche emotiva, lentamente, senza che nessuno dei due lo decidesse davvero.

Sara si trasferì al Nord con Andrea. Lui aveva trovato un ottimo lavoro in una grande azienda a Milano. Lei aveva trovato un posto in un istituto di ricerca — esattamente quello che aveva sempre voluto. All'inizio ci sentivamo spesso, telefonate lunghe, racconti, piccole confidenze. Poi sempre meno. Le nostre vite presero direzioni diverse e le cose da dire diventarono sempre più difficili da trovare.

Un paio d'anni dopo ci incontrammo per caso a Natale, al paese. Lei era con Andrea — ormai suo marito. Me lo presentò sorridendo. «Lui è Luca. Il mio migliore amico del liceo.»

Andrea mi strinse la mano. «Piacere. Sara mi ha parlato tanto di te.»

«Spero solo cose buone.»

«Tutte buone.»

Pranzammo insieme a casa dei suoi genitori. Fu strano, ma anche piacevole. Lei sembrava felice — davvero, non di quella felicità che si esibisce per rassicurare gli altri. Lui la guardava con amore. Parlavano della loro casa, dei progetti, della vita che stavano costruendo insieme. Io ero lì, seduto al tavolo, come un ospite del passato. Una vecchia pagina della sua storia. Una pagina già voltata.

Quando tornai a casa piansi. Non saprei dire bene perché — forse per lei, forse per me, forse per tutto quello che avrebbe potuto essere. Poi mi asciugai gli occhi e andai avanti. Come si fa sempre. La vita continua, sempre, anche quando non si ha voglia che continui.


Passarono gli anni. Molti.

Io mi sposai. Ebbi un figlio. Poi, lentamente, il matrimonio si spense — non con una lite, non con un tradimento, semplicemente si consumò, come succede a tante storie lunghe quando le persone crescono in direzioni diverse e un giorno si accorgono di essere diventate estranee pur vivendo nella stessa casa. Restammo insieme per abitudine, poi sempre meno anche quello.

Sara invece costruì la sua vita al Nord. Due figli. Una casa grande. Una carriera. Una famiglia che dalle foto sembrava felice — e probabilmente lo era.

Ogni tanto la vedevo sui social. Una vacanza al mare con i bambini. Una foto di famiglia davanti all'albero di Natale, tutti e quattro sorridenti. Un compleanno festeggiato con gli amici. E ogni volta, senza volerlo, pensavo a quella notte. Al divano. A Battisti che suonava basso nella stanza. Al bacio che non avevo ricambiato.

Mi chiedevo — ogni tanto, nei momenti di silenziosa onestà che arrivano di notte quando non si riesce a dormire — come sarebbe stata la mia vita se avessi detto sì. Se avessi avuto il coraggio di rispondere a quel bacio invece di tirarmi indietro. Forse saremmo stati insieme. Forse ci saremmo lasciati dopo un anno. Forse saremmo stati infelici. Forse felici. Forse avremmo costruito qualcosa di vero, qualcosa di solido, qualcosa che valesse.

Non lo saprò mai.

Ma una cosa la so con certezza: quella notte, su quel divano, per un attimo ho avuto tra le mani qualcosa di prezioso. L'amore della mia migliore amica. La possibilità di una storia vera. E l'ho lasciata andare.


Qualche notte fa ho sognato Sara.

Eravamo di nuovo nella sua stanza al pensionato. Il divano consumato, la macchia sullo schienale, la musica di Battisti bassa nella stanza. Lei era seduta accanto a me, vicinissima, con quegli stessi occhi profondi e luminosi di trent'anni fa.

«Perché non mi hai mai detto niente?» chiese.

«Non lo so» risposi. «Avevo paura.»

«Paura di cosa?»

«Di perderti.»

Sara sorrise. Un sorriso dolce, ma un po' triste. «Invece mi hai persa lo stesso.»

Nel sogno le presi la mano. La strinsi forte. «Scusa» dissi.

Lei annuì. Poi si avvicinò e mi baciò — un bacio lungo, dolce, come quello di quella notte, ma senza paura questa volta. Senza il peso di tutto quello che avrei potuto perdere. Solo il presente, solo quel momento, solo noi due su quel divano consumato con Battisti che suonava.

Poi mi svegliai.

La stanza era buia. Il cuore batteva forte. Rimasi a guardare il soffitto per un lungo momento, con il sogno ancora addosso, ancora caldo.

E per la prima volta dopo molto tempo sorrisi. Perché in quel sogno, finalmente, avevo detto sì.


Dopo quel sogno ho scritto una lettera. Non l'ho mai spedita. Non la spedirò. Ma l'ho scritta, e forse questo basta.

Cara Sara,

quella notte, sul tuo divano, quando mi hai baciato, avrei dovuto ricambiare quel bacio. Avrei dovuto prenderti tra le braccia e dirti che avevo paura, sì, ma che valeva la pena avere paura insieme.

Invece mi sono tirato indietro. Pensavo di salvare la nostra amicizia. In realtà ho perso tutto lo stesso — l'amicizia si è consumata lentamente negli anni seguenti, e quello che avrebbe potuto essere non è mai stato.

Per anni ho pensato a quella notte. A cosa sarebbe successo se avessi detto sì. Forse sarebbe finita male — forse ci saremmo lasciati dopo qualche mese, forse avremmo scoperto che eravamo meglio come amici. Ma almeno avremmo provato. Almeno avremmo saputo.

Invece non abbiamo avuto niente. Solo un bacio non ricambiato. E una vita intera a chiedersi "e se".

Non ti scrivo per chiedere scusa — dopo quarant'anni le scuse non servono a niente, e tu hai costruito una vita bella senza di me. Ti scrivo per dirti una cosa sola: che quel momento per me è stato importante. Che tu per me sei stata importante. Molto più di quanto ti abbia mai detto.

Ti auguro di essere felice. Davvero. Con tutto il cuore.

Luca


Ripenso a quel giorno al supermercato.

A Sara con i capelli grigi che sceglieva le mele una per una, con la stessa cura meticolosa di trent'anni fa. Al suo marito che le diceva come vuoi, amore con quella naturalezza tranquilla di chi è abituato ad amarla. A suo figlio che spingeva il carrello annoiato, ignaro di tutto, ignaro di me nascosto dietro uno scaffale di pasta.

Avrei potuto avvicinarmi. Dirle qualcosa. Chiederle come stava, proporle un caffè, recuperare almeno un filo sottile di quello che avevamo perso negli anni. Non per ricominciare niente — sarebbe stato ridicolo, e lei aveva la sua vita, la sua famiglia, la sua felicità costruita con pazienza. Solo per dirle che ci pensavo ancora. Che la ricordavo. Che quella notte sul divano non l'avevo dimenticata.

Invece mi sono nascosto dietro uno scaffale di pasta. Come un ragazzo di vent'anni che non sa cosa fare dei propri sentimenti. Come sempre.

Forse è giusto così. Lei ha la sua vita. Io non ho il diritto di entrare di nuovo nella sua storia, nemmeno per un saluto. Posso solo ricordare. E ringraziarla in silenzio.

Grazie, Sara. Per quel bacio. Per quegli anni. Per quell'amicizia che, nonostante tutto, non è mai scomparsa davvero — vive ancora qui, in questi ricordi, in queste pagine, nella musica di Battisti che ogni tanto metto su la sera quando la casa è silenziosa e ho voglia di tornare indietro per un momento.

Stasera ho messo su quel disco. Una donna per amico. Le stesse note, le stesse parole. Chiudo gli occhi. E per un attimo sono di nuovo lì, sul quel divano consumato, con lei accanto.

Poi riapro gli occhi. Sono qui. In questa stanza. Con tutti i miei anni addosso.

Ma non più triste come prima. Perché adesso capisco una cosa. L'amore ha molte forme. Quella notte, su quel divano, ne ho incontrata una. Non l'ho saputa riconoscere in tempo. Ma lei sì. Lei aveva avuto il coraggio di viverla.

E forse, grazie a lei, oggi sono un po' meno codardo.


Fuori è notte. Il disco ha finito di suonare. Il vinile gira piano, con quel fruscio leggero che hanno i dischi quando finiscono e continuano a girare nel silenzio.

Mi alzo. Spengo il giradischi. Vado alla finestra. Il cielo è pieno di stelle.

Chissà se anche Sara, da qualche parte, guarda lo stesso cielo. Chissà se qualche volta ripensa a quella notte. A quel divano. A quel bacio. Forse sì. Forse no.

Ma non importa. L'importante è che io adesso abbia scritto. Che abbia ricordato. Che abbia detto grazie.

Grazie, Sara. Per tutto.

Buonanotte. Ovunque tu sia.

CAPITOLO 5 

Giulia e gli occhi verdi

Oggi ho visto il mare.

Ci sono andato davvero, finalmente. Dopo tutti questi anni. Dopo averne parlato nel primo capitolo di questo libro, dopo aver promesso a me stesso — e in qualche modo anche a Elena — che prima o poi lo avrei fatto.

Mi sono alzato presto, prima dell'alba. Ho preso la macchina e ho guidato verso San Rossore. La strada era quasi deserta, il cielo ancora scuro, le luci dei paesi che passavano come macchie gialle nel buio. Guidavo piano, senza fretta, con quella sensazione strana di chi sta per fare una cosa che ha rimandato troppo a lungo e non sa bene cosa troverà dall'altra parte.

Sono arrivato mentre il sole cominciava appena a sorgere. Ho parcheggiato e ho camminato verso la spiaggia. La sabbia era umida, fredda sotto le scarpe. Non c'era nessuno. Solo io, il mare, e il vento leggero del mattino che portava l'odore della salsedine.

Mi sono seduto su un tronco portato a riva da chissà quale mareggiata. Ho guardato l'orizzonte. Il sole saliva lento, tingendo il cielo di arancione e rosa, e le onde si infrangevano con un rumore sordo e regolare — come il respiro di qualcosa di molto più grande di me.

E ho pensato a Giulia.

Non so perché mi sia venuta in mente proprio lei. Forse perché il mare mi riporta sempre a Elena, e pensare a Elena mi riporta a tutte le altre. Oppure perché Giulia, in fondo, era un po' come il mare — sempre lì, silenziosa, profonda, costante. E io che non me ne accorgevo.


Era il 1982. Università di Pisa, secondo anno.

La mia vita in quel periodo era fatta di cose normali — lezioni, esami, biblioteca, qualche serata con gli amici. Niente di straordinario. Vivevo in una stanza in affitto vicino alla stazione, mangiavo male, studiavo molto, e avevo quella sensazione tipica del secondo anno universitario in cui l'entusiasmo del primo si è un po' spento e non si vede ancora la fine.

Giulia non era una mia compagna di corso. Frequentava Storia dell'arte, e i nostri percorsi non si intersecavano in modo naturale. Non ricordo nemmeno con precisione come ci conoscessimo — forse a una festa, forse attraverso amici comuni, forse in biblioteca. I ricordi di quegli anni sono un po' confusi, come fotografie lasciate troppo tempo al sole. I colori si sbiadiscono, i contorni si ammorbidiscono, rimangono solo le cose che per qualche ragione si sono impresse più in profondità.

E la prima volta che vidi Giulia è una di quelle cose.

Era un pomeriggio di ottobre. Nel cortile della facoltà. Io ero seduto su una panchina con un libro in mano, aspettando l'inizio di una lezione, godendomi gli ultimi giorni di sole prima che l'inverno arrivasse davvero. Lei passò davanti a me con un libro sotto il braccio e una sciarpa colorata al collo. Camminava veloce, sicura, con quel passo di chi sa dove sta andando e non ha tempo da perdere.

Poi, quando mi vide, rallentò.

Per un attimo i nostri sguardi si incrociarono. I suoi occhi erano verdi. Di un verde intenso, profondo, un verde che sembrava trattenere la luce invece di rifletterla, come certe pietre preziose che brillano dall'interno. Mi guardò per un secondo, forse due. Poi abbassò lo sguardo e continuò a camminare.

Io rimasi lì, con il libro in mano, a guardarla allontanarsi lungo il portico.

E dentro di me si accese qualcosa. Una piccola fiammella, leggera, quasi impercettibile. Quella che, molti anni dopo, sarebbe diventata un rimpianto.


Nei giorni successivi cominciai a notarla.

Era spesso lì — in facoltà, in biblioteca, al bar della facoltà, nei corridoi tra una lezione e l'altra. Non la cercavo deliberatamente, eppure la trovavo. Come se il caso facesse di tutto per farci incrociare, come se qualcosa nell'organizzazione invisibile delle cose avesse deciso che dovevamo stare nella stessa orbita.

Una volta la vidi in mensa. Era seduta da sola a un tavolino vicino alla finestra, mangiava lentamente e leggeva nello stesso tempo, con il libro appoggiato accanto al piatto in un equilibrio precario. Ogni tanto alzava gli occhi dalla pagina e guardava fuori dalla finestra, poi tornava a leggere. Era completamente assorta, come se il rumore della mensa — i piatti, le voci, le sedie che stridevano sul pavimento — non esistesse.

Un'altra volta la incrociai in corridoio mentre usciva da una lezione. Aveva la cartella piena di fogli sotto il braccio e camminava veloce come sempre, con quella concentrazione nel passo che sembrava portarsi dietro anche fuori dalle aule.

Un'altra volta ancora in biblioteca, in fondo alla sala, china sui libri. Quella concentrazione assoluta che aveva — come se il mondo intorno smettesse di esistere quando lei studiava, come se fosse capace di costruirsi una bolla di silenzio intorno anche nel posto più rumoroso.

Cominciai a parlarne con Marco.

«Quella ragazza, quella con gli occhi verdi — chi è?»

Marco mi guardò. «Quale?»

«Quella che vedo sempre in giro. Capelli castani. Occhi verdi. Sempre con un libro in mano.»

«Ah, Giulia.» Ci pensò un attimo. «Frequenta Storia dell'arte, mi pare. Perché? Ti piace?»

«No,» dissi subito. «Così. Curiosità.»

Marco mi guardò con quel suo sorriso di chi non crede a una parola. Ma non disse altro.

Non era curiosità. Era qualcosa di diverso, qualcosa che non sapevo ancora nominare con precisione — una specie di attrazione gravitazionale, leggera ma costante, che mi faceva cercare il suo viso ogni volta che entravo in un posto.

Cominciai a cercarla con lo sguardo. Quando entravo in facoltà, quando uscivo, quando andavo in biblioteca, quando passavo per il cortile. E spesso la trovavo. Come se anche lei, in qualche modo, si trovasse sempre nei posti dove mi trovavo io — o come se io, senza rendermene conto, cominciassi ad andare nei posti dove sapevo che avrei potuto trovarla.

A volte i nostri sguardi si incrociavano. Lei sorrideva — un sorriso timido, appena accennato, come quello di qualcuno che non è sicuro di essere nel posto giusto ma ci spera. Io sorridevo anch'io, un po' imbarazzato, e poi tutti e due guardavamo altrove. Non ci parlavamo mai. Non una parola, non un saluto. Eppure c'era qualcosa tra noi, una specie di corrente silenziosa che attraversava quella distanza, come se entrambi sapessimo che prima o poi le cose sarebbero cambiate senza sapere quando o come.


Era dicembre. Faceva freddo, il tipo di freddo umido e grigio che a Pisa d'inverno entra nelle ossa.

Io ero in biblioteca a studiare per l'esame di Storia moderna, seduto a un tavolo in fondo alla sala con i libri aperti dappertutto e gli appunti sparsi. La biblioteca era quasi vuota a quell'ora — pochi studenti sparsi, il silenzio pesante del pomeriggio inoltrato, le luci al neon che ronzavano debolmente sopra le teste.

A un certo punto sentii dei passi. Qualcuno si fermò accanto al tavolo.

«È libero questo posto?»

Alzai lo sguardo.

Era lei. Giulia. Con quegli occhi verdi che mi guardavano, la sciarpa ancora al collo, la cartella sotto il braccio.

«Sì,» dissi. «Certo. Liberissimo.»

Si sedette di fronte a me. Tirò fuori i suoi libri, i suoi appunti, si sistemò la sciarpa. Per un po' lavorammo in silenzio, ognuno immerso nelle proprie pagine, come fanno le persone in biblioteca che rispettano il silenzio altrui. Poi a un certo punto lei alzò lo sguardo.

«Scusa… hai una penna? Ho finito l'inchiostro.»

«Certo.»

Le porsi la penna. Le nostre mani si sfiorarono appena — un contatto brevissimo, una frazione di secondo, quasi niente. Ma io lo sentii. Come una piccola scossa elettrica, leggera e precisa, che partiva dal punto di contatto e si irradiava.

«Grazie,» disse. Poi aggiunse, con naturalezza: «Io sono Giulia.»

«Luca.»

«Piacere, Luca.»

«Piacere mio.»

Rimanemmo in silenzio ancora un po', ognuno nei propri libri. Poi lei disse, quasi casualmente, senza alzare gli occhi dalla pagina: «Stai preparando Storia moderna?»

«Sì. Con il professor Martini.»

Lei annuì. «Anch'io. Ma io ho l'esame a febbraio.»

«Allora hai più tempo.»

Fece una piccola smorfia. «Forse. O forse no. Il tempo è sempre troppo poco quando devi studiare.»

Ridemmo. Una risata leggera, spontanea, di quelle che nascono senza preavviso e durano poco ma lasciano qualcosa di caldo nell'aria. E in quel momento pensai, per la prima volta con chiarezza, che mi sarebbe piaciuto conoscerla meglio. Non solo vederla in giro, non solo scambiare sguardi da lontano. Parlare con lei. Sapere come era fatta dentro.


Da quel giorno cominciammo a vederci più spesso in biblioteca.

Non erano veri appuntamenti — non c'era niente di organizzato, niente di detto esplicitamente. Ma quando andavo cercavo sempre il tavolo in fondo, quel tavolo dove eravamo stati la prima volta. E spesso lei era già lì. Oppure arrivava poco dopo, si sedeva di fronte a me, tirava fuori i suoi libri come se fosse la cosa più naturale del mondo.

A volte studiavamo per ore in silenzio, ognuno nei propri libri, senza scambiare una parola. Era un silenzio confortevole, di quelli che non pesano. Altre volte scambiavamo qualche parola — degli esami, dei professori, dei libri che stavamo leggendo, delle cose piccole e normali che si dicono quando si sta ancora imparando a conoscere qualcuno.

Niente di speciale, in superficie. Ma per me quei momenti avevano qualcosa di speciale che non riuscivo a spiegarmi del tutto. Forse era il fatto di poterla osservare da vicino, finalmente, invece che da lontano. Guardavo il modo in cui si mordeva il labbro quando incontrava un passaggio difficile. Il modo in cui si spostava i capelli dalla fronte con un gesto rapido della mano sinistra, automatico, come se non se ne accorgesse. Il modo in cui sorrideva quando leggeva qualcosa che la colpiva — un sorriso piccolo, quasi privato, come se stesse condividendo un segreto con il libro invece che con il mondo.

Erano dettagli piccoli, quasi invisibili. Ma io li raccoglievo tutti, li conservavo da qualche parte dentro di me, come se avessero un valore che non riuscivo ancora a quantificare.

Una sera uscimmo insieme dalla biblioteca. Faceva freddo, le luci della strada si accendevano una dopo l'altra nel buio. Camminammo per un tratto senza parlare, poi lei disse: «Che fai stasera?»

«Studio. Come sempre.»

Lei sorrise. «Anch'io.» Poi aggiunse, con quella sua naturalezza tranquilla: «Però, se ti va, dopo cena potremmo prenderci un caffè. C'è un bar vicino a casa mia che fa delle brioche buonissime. Apre fino a tardi.»

Ci pensai. Lo volevo davvero — lo sentivo chiaramente, senza ambiguità. Volevo andare a prendere quel caffè, volevo stare ancora un po' con lei, volevo capire cosa stava crescendo tra noi.

«Devo studiare,» dissi invece. «L'esame è tra una settimana. Non posso permettermi di perdere tempo.»

Lei annuì. «Certo.» Fece un piccolo sorriso — non deluso, solo paziente. «Un'altra volta.»

Un'altra volta.

Sempre un'altra volta. Ma quell'altra volta non arrivò mai — almeno non per quel caffè, non in quel modo semplice e naturale in cui avrebbe potuto arrivare.

Passarono i mesi. L'inverno, poi la primavera, poi un'estate, poi un altro anno.

Giulia continuava a esserci. Non in modo invadente, mai — era sempre discreta, silenziosa, come una presenza sullo sfondo delle mie giornate. Una di quelle certezze a cui non pensi mai deliberatamente, ma che sai che ci sono, come la luce che entra dalla finestra la mattina o il rumore del traffico in lontananza. La vedevo in facoltà, in biblioteca, alle feste degli amici, nei corridoi tra una lezione e l'altra. Ogni tanto parlavamo — due parole, tre, degli esami, dei professori, dei libri. Niente di speciale in superficie.

Ma nei suoi occhi, qualche volta, vedevo qualcosa. Una domanda silenziosa. Come se aspettasse qualcosa che io continuavo a non dare, come se stesse aspettando che io facessi un passo che continuavo a non fare.

Una sera, a una festa in casa di amici, la vidi in un angolo che parlava con un ragazzo. Alto, sicuro di sé, con quel modo disinvolto di stare al mondo che io non ho mai avuto — quella naturalezza di chi non si chiede mai se è nel posto giusto perché si sente sempre nel posto giusto. Le diceva qualcosa all'orecchio ridendo, e lei rideva con lui.

Sentii qualcosa dentro. Una stretta allo stomaco, piccola ma precisa. Poi lei mi vide dall'altra parte della stanza. Mi sorrise da lontano. Io sorrisi. Ma dentro stavo male, con quella sensazione scomoda di chi si accorge di provare qualcosa che non aveva ammesso di provare.

Non era mia. Non eravamo niente. Non avevo nessun diritto di sentire quello che sentivo.

O forse lo sapevo benissimo, e facevo finta di niente.


Un'altra sera ci trovammo alla stessa festa. Era febbraio, credo — la casa era piena di gente, musica alta, fumo, risate, il calore di troppi corpi in uno spazio piccolo. Io stavo in un angolo come spesso succedeva — una birra in mano, a guardare gli altri ballare senza sentirmi parte di niente, con quella sensazione di essere sempre leggermente fuori posto che mi accompagnava da anni.

A un certo punto Giulia mi si avvicinò.

«Non balli?»

Scossi la testa. «Non so ballare.»

«Non è difficile. Basta muoversi.»

«Sì, ma io nemmeno quello so fare bene.»

Lei rise — quel suo riso leggero e spontaneo che le illuminava il viso e che mi faceva sempre pensare che avrei voluto sentirlo più spesso. «Sei proprio un caso perso, Luca.»

«Forse.»

Rimanemmo in silenzio per un momento, fianco a fianco, a guardare la gente che ballava. La musica riempiva la stanza, le luci erano basse, tutto aveva quella qualità un po' irreale delle feste di notte. Poi lei disse, con una voce diversa da prima, più seria, più diretta: «Posso chiederti una cosa?»

«Certo.»

Mi guardò. Direttamente negli occhi, senza esitazioni, con quella sua capacità di guardare le persone davvero invece di guardare un punto vago nell'aria vicino alla loro faccia.

«Perché stai sempre da solo?»

Feci una smorfia. «Non sto sempre da solo.»

«Un po' sì.» Fece un gesto con la mano verso la stanza piena di gente. «Sei gentile con tutti, parli con tutti quando ti parlano. Ma non ti fai mai coinvolgere davvero. Stai sempre un passo indietro. Come se guardassi tutto da dietro un vetro.»

La domanda mi colse di sorpresa — non me l'aspettavo così diretta, così precisa. Ci pensai un momento. «Non lo so. Forse ho paura.»

«Paura di cosa?»

«Di sbagliare. Di fare la cosa sbagliata, di ferire qualcuno senza volerlo. O di farmi male.» Feci una piccola pausa. «Di lasciarmi andare e poi non riuscire a tornare indietro.»

Giulia mi guardò a lungo. Quegli occhi verdi sembravano leggermi dentro, come se stessero cercando qualcosa oltre le parole che dicevo, qualcosa che forse nemmeno io riuscivo a vedere chiaramente.

Poi disse, piano, con una voce che aveva qualcosa di quasi gentile: «E se la cosa giusta fosse proprio lasciarsi andare? Se sbagliare fosse meglio che non fare niente? Se stare sempre al sicuro fosse il modo più sicuro per perdersi tutto?»

Non seppi cosa rispondere. Quelle parole atterrarono da qualche parte dentro di me e ci restarono, come fanno le cose vere.

Lei sorrise — ma era un sorriso un po' triste, di quelli che sanno già come andrà a finire anche se sperano di sbagliarsi.

«Buonanotte, Luca.»

Si allontanò. Scomparve tra la gente che ballava, quella sciarpa colorata che spariva tra le giacche e le spalle degli altri. Io rimasi lì con la mia birra in mano, a guardare il punto dove era stata.

E pensai che avrei dovuto seguirla.

Non lo feci.


Arrivò la primavera. Le giornate si allungarono, l'aria diventò più dolce, la città si aprì come fa sempre in quella stagione — i portici pieni di gente, i tavolini dei bar fuori, i ragazzi seduti sui gradini delle chiese a parlare fino a tardi.

Giulia continuava a esserci. Sempre lì, sempre da qualche parte, come un filo sottile che attraversava le mie giornate senza che io lo riconoscessi per quello che era. La vedevo spesso, ci scambiavamo qualche parola, e ogni volta che la vedevo sentivo quella stessa cosa — quella piccola fiammella che si era accesa il primo giorno nel cortile della facoltà e che non si era mai spenta del tutto.

Ma non facevo niente. Aspettavo qualcosa — non sapevo cosa. Forse aspettavo di essere sicuro. Forse aspettavo il momento perfetto. Forse aspettavo che le cose accadessero da sole senza che io dovessi rischiare niente.

Una volta la vidi in piazza con un gruppo di amici. Rideva, sembrava felice e leggera, a suo agio nel mondo in un modo che io non riuscivo mai a essere del tutto. Attraversai la strada per non incontrarla. Ancora oggi non so bene perché — forse perché vederla così, felice e lontana da quella corrente silenziosa che avevo immaginato tra noi, mi faceva sentire ridicolo. Come se quello che pensavo di sentire fosse solo una storia che mi raccontavo.

Un'altra volta, in biblioteca, era seduta al solito tavolo. Entrai, la vidi, esitai per un secondo. Poi andai a sedermi dall'altra parte della sala, lontano, vicino alla finestra. Lei mi vide. I nostri occhi si incontrarono per un attimo — e in quell'attimo, nei suoi, vidi qualcosa che non riuscii a ignorare. Non rabbia, non delusione. Qualcosa di più sottile e più doloroso. Una specie di stanchezza. Come quella di chi ha aspettato a lungo e comincia a chiedersi se ne vale ancora la pena.

Poi abbassò lo sguardo. Tornò ai suoi libri.

Io rimasi dall'altra parte della sala a fissare le pagine del mio libro senza leggere.

Come sempre.


Era maggio. Una di quelle sere tiepide in cui l'estate sembra già arrivata, l'aria profuma di fiori e di terra scaldata dal sole, e si ha voglia di restare fuori fino a tardi.

Io uscivo dall'ultima lezione, stanco, con la testa ancora piena di appunti e di parole. Sotto il portico della facoltà trovai Giulia appoggiata a una colonna, le chiavi della bicicletta in mano, come se stesse aspettando che passasse qualcuno — o forse stesse aspettando me.

Quando mi vide si staccò dal muro e mi venne incontro.

«Luca, posso parlarti un attimo?»

«Certo.»

Cominciammo a camminare lentamente sotto i portici. Lei era nervosa — si vedeva chiaramente. Si mordeva il labbro, giocherellava con le chiavi, guardava avanti invece di guardarmi, come se stesse raccogliendo le parole da qualche posto difficile da raggiungere.

Poi si fermò. Si mise davanti a me e mi guardò dritto negli occhi con una determinazione che doveva esserle costata qualcosa.

«Devo chiederti una cosa. E ti prego di essere sincero.»

«Chiedi pure.»

Inspirò piano. «Ma a te, io… non ti piaccio proprio?»

La domanda mi colpì come un colpo allo stomaco — non perché fosse inaspettata, ma perché era esattamente la domanda che una parte di me sapeva che sarebbe arrivata prima o poi, e che un'altra parte di me aveva fatto di tutto per evitare. Rimasi in silenzio per qualche secondo. I suoi occhi verdi erano fissi nei miei — dentro c'erano due cose insieme, paura e speranza, mescolate in una proporzione che mi spezzò qualcosa dentro.

«Mi piaci,» dissi. «Certo che mi piaci. Sei una persona fantastica.»

Lei scosse leggermente la testa. «Non intendo così.» Fece una pausa breve ma pesante. «Intendo se ti piaccio. Come donna.»

Il silenzio che seguì fu lunghissimo. Sentivo il cuore battere forte, sentivo il peso enorme di quel momento, sentivo che qualunque cosa avessi detto avrebbe avuto conseguenze che non potevo prevedere. E in quel momento — in quello stesso istante in cui avrei dovuto aprirmi, avrei dovuto rischiare, avrei dovuto dire la verità — mi bloccai.

«Giulia, io…» Cercai le parole. Le cercai davvero, con onestà. Ma uscirono quelle sbagliate, come succede sempre nei momenti che contano di più. «Tu mi piaci. Ma non provo quello che dovrei provare. Non è colpa tua — sono io. Cerco qualcosa di diverso. Non so come spiegarlo meglio.»

Mentre le dicevo quelle parole sapevo che erano false. Non completamente false — c'era in me una confusione reale, una paura reale, un'incapacità genuina di capire fino in fondo cosa provavo. Ma erano false nel senso che stavo usando la verità parziale come scudo. Stavo proteggendo me stesso invece di rischiare. Stavo scegliendo la sicurezza invece della vita.

Lei annuì. Molto lentamente, come se stesse metabolizzando ogni parola. I suoi occhi si abbassarono. Quella luce che avevano prima — quella speranza — si spense piano, come una fiamma che finisce il combustibile.

«Ho capito,» disse.

«Giulia, mi dispiace…»

«Non devi dispiacerti.» La sua voce era calma, controllata, con quella dignità silenziosa che aveva sempre avuto. «L'amore non si comanda.»

Poi alzò lo sguardo una volta sola. Per un attimo — un attimo solo — vidi nei suoi occhi un dolore enorme, reale, il tipo di dolore che non si può fingere. Poi comparve un sorriso. Educato, gentile, quello che si mette quando si vuole far capire agli altri che non c'è bisogno di preoccuparsi, che va tutto bene, che si sopravvive.

«Allora ci vediamo in giro.»

Si voltò. E se ne andò.

Io rimasi sotto il portico a guardarla allontanarsi lungo la strada. La sua figura che diventava sempre più piccola tra la gente del pomeriggio. Finché svoltò l'angolo e sparì.


I giorni successivi furono strani e scomodi come certi periodi di convalescenza, quando non si è malati abbastanza da stare a letto ma non si è guariti abbastanza da stare bene.

Continuavo a vederla in giro — in facoltà, in biblioteca, nei soliti posti. Ma non ci parlavamo più. Lei mi evitava con discrezione, senza ostentazione, senza che sembrasse una scelta deliberata. Semplicemente non era più nei posti dove ero io, o se c'era guardava altrove. Quando i nostri sguardi si incrociavano per sbaglio, lei abbassava gli occhi o cambiava direzione.

Mi mancava. Mi mancava in un modo preciso e fastidioso — mi mancava la sua presenza, il suo sorriso, quegli occhi verdi che mi cercavano tra la folla. Mi mancava sapere che c'era qualcuno che mi guardava con quella particolare attenzione, anche se io non facevo niente per meritarmelo.

Pensai di cercarla. Di dirle qualcosa — che avevo sbagliato, che forse mi piaceva davvero più di quanto avevo ammesso, che le parole sbagliate erano uscite perché le parole giuste mi facevano paura. Ma cosa avrei potuto dirle concretamente? Avevo già detto quello che avevo detto. Non si può riprendere una parola data, specialmente quando quella parola ha fatto del male.

Non lo feci. Lasciai che il tempo passasse, che le ferite si chiudessero da sole, che la vita andasse avanti come va sempre avanti con o senza il nostro consenso.

Passarono i mesi. Poi un'estate intera. Poi un altro inverno.

A primavera incontrai Marco su una panchina vicino alla facoltà. Stavamo mangiando un panino al sole, parlando di niente. Poi lui disse, quasi tra parentesi: «Hai saputo di Giulia?»

«No. Cosa?»

«Si è fidanzata. Con un ragazzo di Ingegneria. Si chiama Paolo, mi pare. Sembra una cosa seria.»

Rimasi in silenzio per qualche secondo. «Ah.»

Marco mi guardò con quella sua espressione di chi sa più di quello che dice. «Ti dispiace?»

«No. Perché dovrebbe dispiacermi?»

Lui mi osservò ancora per qualche secondo. «Non lo so. Pensavo ti piacesse.»

«Non era niente,» dissi.

Marco scosse la testa lentamente. Non disse altro. Ma in quel silenzio c'era tutto quello che non aveva bisogno di essere detto.

Non era niente. Ma non era vero. Era qualcosa. Era tanto. Era tutto quello che non avevo saputo vedere — o che avevo visto e non avevo avuto il coraggio di ammettere a me stesso prima che fosse troppo tardi.

Qualche anno dopo ricevetti un invito a nozze.

Giulia e Paolo. Si sposavano a giugno, nella chiesa di Santa Maria del Carmine. L'invito era scritto in una calligrafia elegante, con dentro una piccola fotografia — loro due che sorridevano davanti a un muro di mattoni, lei con i capelli sciolti, lui con la giacca e la cravatta un po' storta. Sembravano felici in quel modo naturale e non costruito che non si può fingere.

Rimasi a guardare quella fotografia per un momento. Poi la rimisi nella busta.

Andai al matrimonio. Era una giornata calda, piena di sole, di quelle che sembrano fatte apposta per le cerimonie e le feste. La chiesa era piena di gente — parenti, amici, colleghi — e io stavo in fondo, in un angolo, come sempre. Aspettavo senza sapere bene cosa aspettavo.

Lei entrò vestita di bianco. Era bellissima — non nel senso enfatico in cui si dice di ogni sposa, ma davvero, con quella bellezza che viene da dentro quando una persona è nel posto giusto della sua vita. Il velo leggero, il sorriso radioso, gli occhi — quegli occhi verdi — pieni di una luce che non cercava più niente, che aveva trovato quello che cercava.

Paolo la guardava dall'altare con un amore tranquillo e solido, il tipo di amore che non ha bisogno di esibirsi per esistere. Lo si vedeva nel modo in cui teneva le mani, nel modo in cui sorrideva, in tutta la sua postura — come qualcuno che sa di avere avuto fortuna e lo sa davvero, senza darlo per scontato.

Io applaudii con gli altri. Brindai con gli altri. Sorrisi con gli altri.

Dentro, qualcosa si spegneva. Piano, senza rumore, come una candela che finisce il combustibile e si spegne da sola senza che nessuno se ne accorga.

Al ricevimento, verso la fine della serata, quando la festa cominciava a scaldarsi e la gente ballava e rideva, lei mi si avvicinò in un momento di calma.

«Luca.» Sorrise. «Grazie di essere venuto.»

«Grazie a te per avermi invitato.»

La guardai. Aveva ancora quegli stessi occhi, verdi e profondi, ma adesso erano diversi — non nel colore, non nella forma, ma in quello che contenevano. Non cercavano più niente da me. Erano pieni, completi, a posto.

«Sei bellissima,» dissi.

Arrossì leggermente. «Grazie.»

Rimanemmo a guardarci per un attimo — uno di quei momenti brevi in cui passa tra due persone qualcosa che non ha bisogno di parole, il riconoscimento silenzioso di una storia che c'è stata anche se non è mai cominciata davvero.

«Sei felice?» chiesi.

«Sì.» Fece una piccola pausa. «Molto.»

«Ne sono contento.»

Mi sorrise — un sorriso vero, senza riserve, senza quella velatura di tristezza che aveva avuto per un periodo. Poi tornò dagli altri invitati, dal suo sposo, dalla sua nuova vita.

Io rimasi lì con il calice in mano, a guardarla allontanarsi attraverso la folla.

Come quella sera sotto il portico. Come sempre.


Passarono gli anni. Molti.

Giulia costruì la sua vita con Paolo — due figli, una bella casa, una carriera che le permetteva di fare quello che aveva sempre voluto fare. Ogni tanto la vedevo sui social. Una vacanza al mare con i bambini. Una foto di famiglia davanti all'albero di Natale. Un compleanno festeggiato con gli amici. Sembrava felice — di quella felicità tranquilla, quotidiana, fatta di cose concrete e di persone vere.

E ogni volta che vedevo quelle foto pensavo a quella sera sotto il portico. Alla sua domanda. Alla mia risposta.

Pensavo a quello che sarebbe successo se avessi detto la verità. Se avessi detto: sì, mi piaci, mi piaci da quando ti ho vista la prima volta in quel cortile di ottobre con la sciarpa colorata e quegli occhi che sembravano trattenere la luce. Ho solo paura. Ho paura di sbagliare, di farti del male, di farmi del male, di cominciare qualcosa che non so come finirà.

Se avessi detto tutto questo invece di nascondermi dietro quelle parole vuote — non provo quello che dovrei provare.

Forse sarebbe finita male. Forse ci saremmo piaciuti per qualche mese e poi le nostre strade si sarebbero separate comunque. Forse avremmo scoperto che eravamo meglio come conoscenti distanti che come innamorati. Ma almeno avremmo provato. Almeno avremmo vissuto quella possibilità invece di lasciarla appassire senza nemmeno darle la chance di fiorire.

Non lo saprò mai.

Ma una cosa la so con certezza: Giulia aveva avuto il coraggio che io non avevo avuto. Aveva fatto la cosa più difficile — aveva chiesto. Si era esposta, aveva rischiato il rifiuto, aveva messo la sua dignità nelle mani di qualcun altro. E io l'avevo delusa.

Lei però era andata avanti. Aveva trovato qualcuno che la guardasse con quegli occhi che meritava di essere guardata. E questo, almeno, era una cosa buona.


Qualche anno fa, per caso, la rividi in treno.

Andavo a Firenze per una visita medica — una di quelle giornate grigie e anonime che si dimenticano quasi subito. Lei salì a una stazione intermedia, con la borsa a tracolla e il cappotto scuro. All'inizio non la riconobbi. Era cambiata, come cambiano tutti con il tempo — i capelli più corti, qualche anno in più sul viso, una certa solidità nei movimenti che non aveva da giovane. Ma quando si sedette di fronte a me nel corridoio e alzò lo sguardo, vidi quegli occhi.

Sempre verdi. Sempre profondi. Sempre capaci di guardare davvero.

Ci riconoscemmo nello stesso momento.

«Luca.»

«Giulia.»

«Come stai?»

«Bene. Tu?»

«Bene.»

Il solito scambio di parole semplici, quello che si fa quando si incontra qualcuno del passato e non si sa bene come colmare lo spazio tra ciò che si potrebbe dire e ciò che è ragionevole dire in un treno, di fronte a degli sconosciuti, in una mattina qualunque.

Guardai la sua mano sinistra. La fede era ancora al dito — consumata un po' agli angoli, come le fedi di chi le porta davvero invece di tenerle in un cassetto.

Parlammo un po'. Di come stavamo, dei figli, del lavoro, di quella vita che ognuno aveva costruito per conto suo negli anni. Era una conversazione normale, piacevole, il tipo di conversazione che si ha con qualcuno che è stato importante e adesso è lontano. A un certo punto lei disse, quasi tra parentesi: «Ci siamo trovati subito, io e Paolo. Dopo… dopo quella volta.» Fece una piccola pausa. «È strano come certe cose funzionano.»

Annuii. «Sono contento per te.»

«E tu?» chiese. «Sei felice?»

«Anch'io,» dissi.

Mentii. O forse non mentii del tutto — ero contento, a modo mio, con le riserve e le complicazioni e le strade torte che porta una vita vissuta spesso nel modo sbagliato. Ma non era il tipo di risposta da dare in treno.

Lei mi guardò per un attimo con quella sua capacità antica di leggere oltre le parole. Poi il treno cominciò a rallentare.

«Questa è la mia fermata.»

Si alzò. Prese la borsa. «Arrivederci, Luca.»

«Arrivederci, Giulia.»

Scese sul marciapiede. La vidi attraverso il finestrino allontanarsi tra la gente, la borsa a tracolla, il passo deciso, senza voltarsi. Poi il treno ripartì e la persi di vista.

Non l'ho più rivista.


Dopo che scese dal treno rimasi a guardare il finestrino per tutto il resto del viaggio.

Il paesaggio scorreva veloce fuori — campi, case, colline lontane, il cielo grigio sopra tutto. Pensavo a quello che avrei voluto dirle e non avevo detto. Che quella sera sotto il portico avevo mentito. Che mi piaceva — eccome se mi piaceva. Che le parole sbagliate erano uscite perché le parole giuste mi facevano troppa paura.

Avrei voluto dirle che era stata la persona più paziente che avessi mai incontrato. Che mi aveva aspettato per mesi, forse per anni, senza chiedere niente, senza fare pressione, solo restando lì con quei suoi occhi verdi che mi cercavano tra la folla. Che quella pazienza era stata una forma di amore, e che io non l'avevo saputa riconoscere.

Avrei voluto dirle grazie. Per avermi aspettato. Per aver avuto il coraggio di chiedere. Per avermi dato una possibilità che io non ho saputo cogliere.

Ma non dissi niente. Rimasi seduto, in silenzio, a guardare il paesaggio che correva fuori dal finestrino.

Come sempre.


Quella notte sognai Giulia.

Eravamo di nuovo sotto il portico della facoltà. La stessa sera di maggio, la stessa aria tiepida che profumava di primavera, le stesse luci dei lampioni che si accendevano una dopo l'altra nel buio. Lei davanti a me con quegli occhi verdi pieni di paura e speranza.

«Ma a te, io, non ti piaccio proprio?» chiese.

E io, nel sogno, risposi diversamente.

«Sì, Giulia. Mi piaci. Mi piaci da quella prima volta che ti ho vista in ottobre nel cortile, con la sciarpa colorata e il libro sotto il braccio. Mi piaci da quando ho capito che cercavi sempre il tavolo in fondo in biblioteca. Mi piaci da quando ho capito che i tuoi occhi mi cercavano tra la folla alle feste e io fingevo di non accorgermene.»

Feci una pausa.

«Ho solo paura. Ho paura di sbagliare, di farti del male, di non essere all'altezza. Ma mi piaci. E se tu sei disposta ad avere pazienza con qualcuno che ha molta paura, vorrei provarci.»

Lei rimase in silenzio per un momento. Poi sorrise — quel sorriso vero, aperto, quello che le illuminava tutto il viso.

«Anch'io ho paura,» disse. «Ma se non proviamo, non lo sapremo mai.»

Poi mi prese la mano. E cominciammo a camminare insieme sotto i portici, verso chissà dove, verso quella vita che nella realtà non avevamo vissuto.

Poi mi svegliai.

La stanza era buia. Il cuore batteva forte. Fuori l'alba cominciava appena a schiarire il cielo — quella luce grigia e incerta delle prime ore del mattino che non è ancora giorno ma non è più notte.

Rimasi sdraiato a guardare il soffitto con il sogno ancora negli occhi, ancora caldo, ancora reale come solo certi sogni sanno essere. E per la prima volta dopo molto tempo sorrisi — perché in quel sogno, finalmente, avevo detto la verità. Tutta quanta, senza nascondermi dietro niente.


Dopo quel sogno scrissi una lettera. Come avevo fatto per le altre. Come sto facendo adesso con questo libro — cercando di dire le cose che non ho saputo dire quando contava.

Cara Giulia,

quella sera sotto il portico ti mentii.

Ti dissi che non provavo quello che avrei dovuto provare. Ma non era vero. Mi piacevi — mi piacevi da molto prima di quella sera, da molto prima che tu avessi il coraggio di chiedermelo. Mi piaceva il modo in cui guardavi le cose, il modo in cui leggevi con tutta te stessa, il modo in cui ti spostavi i capelli dalla fronte quando pensavi. Mi piaceva la tua pazienza silenziosa, la tua presenza costante, il fatto che ci fossi sempre senza mai chiedermi niente in cambio.

Ma avevo paura. Paura di amare davvero, paura di impegnarmi, paura di sbagliare e di perdere qualcosa che non avevo ancora capito di avere. E così, quando mi hai fatto la domanda più semplice e più coraggiosa del mondo, ho detto le parole sbagliate.

Per anni ho pensato a quella sera. Ho immaginato mille volte cosa sarebbe successo se avessi risposto diversamente. Forse niente — forse ci saremmo piaciuti per qualche mese e poi le nostre strade si sarebbero separate comunque. Forse tutto — forse avremmo costruito qualcosa di vero e duraturo. Non lo saprò mai.

So solo che tu sei stata una delle persone più coraggiose che abbia mai incontrato. Hai fatto la cosa più difficile — hai chiesto. Ti sei esposta. Hai rischiato. E io ti ho delusa.

Grazie per avermi aspettato tanto a lungo senza dirlo.

Grazie per quegli occhi verdi.

Grazie per il coraggio che io non ebbi.

Con affetto,

Luca

La piegai. La misi in una busta. Scrissi il suo nome. Non la spedii — non sapevo dove, e anche se lo avessi saputo non l'avrei spedita. È nel cassetto, con le altre. Con tutte le parole che non ho trovato il coraggio di dire a voce quando avevano ancora un senso.


Il sole sta tramontando su San Rossore.

Il cielo si colora di arancione e rosa ai bordi, poi di un blu sempre più scuro verso l'alto, e il mare sotto diventa scuro, quasi nero verso l'orizzonte. Le onde continuano a infrangersi sulla riva con quella loro pazienza infinita, una dopo l'altra, sempre uguali e sempre diverse.

Resto seduto sul tronco a guardare. Penso a Giulia. Alla sua domanda sotto quel portico. Alla mia risposta stupida e codarda. Al modo in cui i suoi occhi si erano spenti quando avevo detto quelle parole.

Adesso so che quello che provavo era già abbastanza. Adesso so che l'amore non è sempre un uragano che arriva e ti travolge e ti cambia la vita in un istante — non è sempre quella cosa violenta e inequivocabile che si aspetta di riconoscere perché è così che la raccontano i film e le canzoni. A volte è una presenza silenziosa. Una persona che cerca il tuo sguardo tra la folla. Qualcuno che resta anche quando tu fai di tutto per non essere trovato. Una fiammella piccola e costante invece di un incendio.

Io cercavo l'incendio. E non ho visto la fiammella che avevo davanti.

Mi alzo. La sabbia è fredda e umida sotto i piedi. Cammino verso la macchina lungo la riva, con l'acqua che mi sfiora le scarpe a ogni onda. Il vento è calato, il mare è più tranquillo adesso, e nel silenzio si sente solo il rumore dell'acqua e il mio respiro.

Prima di salire in macchina mi fermo un momento. Mi giro a guardare il mare un'ultima volta — l'orizzonte lontano, il cielo che si spegne lentamente, le ultime luci del tramonto che si riflettono sull'acqua come cocci di specchio.

«Grazie, Giulia,» dico a voce bassa, alle onde, al vento, a nessuno. «Per avermi aspettato. Per quegli occhi verdi. Per avermi insegnato — anche se troppo tardi — che l'amore non è quello che cercavo. È quello che avevo davanti e non ho visto.»

Il vento porta via le parole.

Salgo in macchina. Accendo il motore. La strada del ritorno è deserta, fiancheggiata dai pini marittimi che diventano sagome scure nel crepuscolo.

Domani è un altro giorno. E ci sono ancora storie da scrivere. Chloé. E Anna. Le più difficili. Le più dolorose.

Ma questa è un'altra storia.

CAPITOLO 6 

Chloé e la lingua dei gesti

Stamattina, al mercato, ho sentito due ragazze parlare francese.

Erano giovani, vent'anni forse. Una bionda, una mora. Discutevano animatamente davanti a una bancarella di formaggi, indicando questo e quello, ridendo, gesticolando. La mora diceva qualcosa sul Camembert, la bionda faceva smorfie di disgusto. Poi sono scoppiate a ridere, hanno comprato un pezzo di formaggio e se ne sono andate, sempre chiacchierando.

Io sono rimasto fermo a guardarle allontanarsi.

Il francese. Quella lingua. Quelle vocali morbide, quel suono così diverso dall'italiano.

E per un secondo — un solo secondo — sono stato risucchiato indietro di quarant'anni.

Brighton. 1982.

Chloé.

Il nome mi è venuto alle labbra come un sospiro, come una preghiera dimenticata.

Chloé.


Estate 1982. Avevo vent'anni. Ero al secondo anno di università e la mia vita era fatta di libri, esami e una fame di mondo che non sapevo come saziare. Volevo vedere cose nuove, conoscere gente diversa, sentirmi vivo in un modo che la provincia non mi dava.

Così, quando un mio amico mi propose un corso di lingua in Inghilterra, dissi subito sì.

«Andiamo a Brighton» disse. «Sole, mare, ragazze. E studiamo anche un po' di inglese.»

Era una scusa, lo sapevamo entrambi. Ma era una scusa buona.

Partii a luglio. Primo viaggio all'estero da solo. La valigia di cartone, pochi soldi risparmiati con lavoretti estivi e un inglese scolastico che bastava a malapena per ordinare una birra. Ricordo il viaggio in treno da Pisa a Londra. Cambi a Milano, a Parigi, poi il traghetto. Ore e ore seduto in uno scompartimento, a guardare il paesaggio che cambiava, le lingue che cambiavano, il mondo che si allargava davanti ai miei occhi.

Avevo paura. Ma era una paura buona, quella che ti fa sentire vivo.

Arrivai a Brighton la sera del giorno dopo. La città era illuminata, il mare scintillava sotto le luci del molo. Presi un taxi fino all'ostello — una specie di pensionato per studenti, con camerate e bagni in comune.

Ero stanco morto, ma non riuscivo a dormire. Rimasi sveglio a guardare il soffitto, ascoltando i rumori della città che entravano dalla finestra aperta.

Pensavo:

«Domani comincia l'avventura.»

Non sapevo quanto sarebbe stata grande.


La scuola era in un edificio vittoriano, con aule grandi e un giardino dove si fumava di nascosto. Mattina lezioni, pomeriggio libero. Il corso durava quattro settimane.

Il primo giorno entrai in classe con il cuore in gola. C'erano già una decina di persone sedute ai banchi che chiacchieravano in varie lingue. Spagnoli, tedeschi, giapponesi. Io mi sedetti in un angolo, in silenzio, a guardare.

Poi entrò lei.

Capelli corti, scuri, spettinati. Occhi grandi, di un marrone chiaro che sembrava dorato quando prendeva la luce. Un sorriso timido, un po' storto, che le illuminava tutto il viso. Piccola di statura, minuta, con un modo di muoversi leggero, come se danzasse anche quando stava ferma.

Guardò la classe, cercando un posto libero. L'unico era accanto a me.

Si avvicinò.

«Bonjour» disse. Poi, in inglese: «Is this seat free?»

«Sì, yes» risposi. «Free.»

Si sedette. Appoggiò la borsa, tirò fuori un quaderno, una penna. Poi si girò verso di me.

«Je m'appelle Chloé. Et toi?»

«Io... I'm Luca.»

«Luca. Bello nome.»

Sorrise.

Quel sorriso storto.

E io, per un attimo, dimenticai dove mi trovavo.


Il problema era che io parlavo un francese scolastico, quello delle versioni al liceo, che serve a tradurre Proust ma non a sostenere una conversazione. Lei non parlava una parola d'italiano. Il nostro inglese era elementare, fatto di frasi semplici e molti gesti.

Eppure, in qualche modo, ci capivamo.

A lezione, quando la maestra spiegava qualcosa, ci scambiavamo sguardi complici, come due bambini che condividono un segreto. Durante le pause ci sedevamo sul prato a mangiare i sandwich inglesi, che lei odiava.

«Trop sec» diceva, storcendo il naso. «Troppo secco.»

Io ridevo. E lei rideva con me.

Un giorno, mentre mangiavamo, lei mi chiese qualcosa in francese. Non capii. Riprovò, più lentamente. Niente. Allora indicò il mio panino, poi il suo, poi fece una smorfia. Capii. Le porsi il mio panino. Lei ne prese un morso. Assaggiò. Poi annuì, sorridendo.

«Meilleur» disse. «Meglio.»

Ridemmo.

Era così che comunicavamo. Con gesti, sguardi, mezze parole. Una lingua nuova, inventata lì per lì. La lingua dei gesti.


Dopo le lezioni cominciammo a passare sempre più tempo insieme.

Andavamo a camminare sul molo di Brighton, quel pontile di legno che si allunga sul mare, pieno di negozietti e attrazioni. Lei amava i vecchi giochi: le macchinette che davano pupazzi, i tiri a segno, le ruote della fortuna. Io la guardavo giocare, ridere, arrabbiarsi quando perdeva.

Una volta vinse un piccolo orsacchiotto. Me lo regalò.

«Pour toi» disse. «Per te.»

Lo tenni per anni, quell'orsacchiotto. Poi, in un trasloco, chissà dove è finito.

Lei mi raccontava di Lione, la sua città. Di suo padre che faceva il medico. Di sua madre che insegnava musica. Della sua passione per la fotografia, per i vecchi film francesi, per i gatti. Io capivo metà di quello che diceva. Il resto lo immaginavo. Dal tono della voce, dai gesti, dagli occhi. Lei faceva lo stesso con me.

Una volta, mentre parlavamo, lei disse una frase lunga, complicata. Io non capii. Lei ripeté. Niente. Allora si alzò, andò verso un chiosco, comprò un foglio e una penna. Tornò e disegnò.

Disegnò una casa. Due persone. Un cuore sopra. Poi indicò me. Poi sé. Poi il cuore.

«Toi et moi» disse. «Nous.»

Capii. Arrossii. Lei arrossì. Poi ridemmo, imbarazzati. Ma quel disegno, per me, fu come una promessa.


Con lei imparai parole nuove.

«Pluie» — pioggia.

«Soleil» — sole.

«Mer» — mare.

«Amitié» — amicizia.

«Amour» — amore.

Lei le scriveva su un foglietto, me le faceva ripetere, correggeva la mia pronuncia. Io facevo lo stesso con l'italiano.

«Ciao.»

«Grazie.»

«Ti voglio bene.»

Quando le insegnai «ti voglio bene», lo ripeté più volte, assaporando le parole.

«Ti voglio bene» diceva, scandendo le sillabe. «Ti vo-glio be-ne. È bello.»

«Sì» dissi. «È bello.»

Mi guardò. I suoi occhi erano seri, profondi.

«Je te veux du bien» disse. «C'est pareil?»

«Più o meno» risposi. «Sì, più o meno.»

Sorrise. Ma io sentivo che non era la stessa cosa. Che quelle parole, in italiano, significavano qualcosa di più vicino al cuore. O forse era solo la mia immaginazione. O forse era lei — il modo in cui le diceva, la voce che abbassava leggermente, come se stesse dicendo qualcosa di privato.

Forse era tutto questo insieme.

Il terzo fine settimana la scuola organizzò una gita a Londra.

Partimmo presto, con un pullman pieno di studenti di tutte le nazionalità. Io e Chloé ci sedemmo vicini, come sempre. Lei dormì per metà del viaggio, appoggiata alla mia spalla. Io restai sveglio a guardare il paesaggio scorrere fuori dal finestrino, ascoltando il suo respiro lento, sentendo il peso leggero della sua testa sulla mia spalla. Non mi mossi per tutto il viaggio. Non volevo svegliarla.

A Londra visitammo i soliti posti. Il Big Ben, Buckingham Palace, il London Eye. Lei era entusiasta — scattava foto a tutto, rideva, saltellava, correva da una parte all'altra come una bambina in gita scolastica. Io la seguivo, contento semplicemente di vederla così felice, di camminare accanto a lei in quella città enorme e straniera.

Nel pomeriggio, mentre gli altri entravano in un museo, lei mi prese per mano.

«Vieni» disse. «Ho un'idea.»

Mi trascinò per alcune strade laterali che sembravano uguali a tutte le altre, finché arrivammo davanti a un piccolo negozio. Era una libreria. Vecchia, piena di libri usati, con quell'odore di carta e polvere che ho sempre amato — lo stesso odore della libreria di Pisa, lo stesso odore di tutti i posti dove mi sono sentito a casa.

«Come hai fatto a trovarla?» chiesi.

«Una guida» disse. «Una guida che ho letto. Dice che qui vendono libri in tutte le lingue.»

Entrammo. Passammo ore a curiosare tra gli scaffali. Lei cercava libri francesi. Io libri italiani. Alla fine trovai una vecchia edizione di Se questo è un uomo di Primo Levi. Lei trovò una raccolta di poesie di Jacques Prévert. Li comprammo, uscimmo contenti come se avessimo scoperto un tesoro.

«Scambio» disse lei.

«Io leggo il tuo, tu leggi il mio.»

«Ma sono in lingue diverse.»

«Non importa.»

Sorrise. «Ci immaginiamo.»

Ridemmo. Ma era una bella idea — e nei giorni successivi provammo davvero. Capivamo poco, a volte quasi niente. Eppure era come condividere un segreto. Un patto silenzioso tra due persone che avevano costruito una lingua tutta loro e adesso la estendevano anche ai libri.


La quarta settimana arrivò troppo in fretta.

Il tempo, quando sei felice, corre. I giorni volano. Le ore sembrano minuti. E all'improvviso ti accorgi che manca poco — che tutto quello che hai costruito, quella piccola vita parallela fatta di passeggiate e gesti e mezze parole, sta per finire.

Io e Chloé passavamo ogni momento insieme. Lezioni, pranzi, passeggiate, serate. Non ci lasciavamo mai. Come se sapessimo, senza dircelo, che il tempo era poco e bisognava usarlo tutto, fino all'ultimo momento.

Una sera, mentre camminavamo sul molo, lei mi chiese:

«Dopo, ci scriveremo?»

«Certo» dissi.

«Promesso?»

«Promesso.»

Mi guardò. I suoi occhi erano seri.

«Le promesse sono importanti» disse.

«Lo so.»

Mi prese la mano. La strinse forte. Io strinsi la sua.

Ma dentro, una vocina sussurrava:

E dopo? La distanza. Le lingue. Le vite diverse. Cosa potrà mai essere?

Zittii quella voce. Non volevo ascoltarla. Ma lei, forse, la sentiva già.


L'ultima sera.

La festa di fine corso. Tutti gli studenti della scuola riuniti in un pub vicino al mare. Musica alta, birra a fiumi, gente che si scambiava indirizzi promettendo di scriversi, di rivedersi, di non dimenticarsi mai. Quelle promesse che si fanno alla fine dei viaggi e che sanno già di addio mentre le si dice.

Io e Chloé eravamo in un angolo, come sempre. Non avevamo bisogno degli altri. Bastava stare insieme. Ma quella sera c'era qualcosa di diverso nell'aria — una malinconia sottile, un peso che nessuno dei due nominava ma che era lì, presente, seduto tra noi come un terzo ospite.

A un certo punto lei mi prese per mano.

«Vieni» disse. «Andiamo fuori.»

Uscimmo dal pub. Camminiammo verso la spiaggia, lontano dal rumore e dalla gente. La notte era calda. Il cielo era pieno di stelle. Il mare calmo, appena increspato, con quella luminosità strana che ha il mare di notte quando la luna è alta.

Ci sedemmo sulla spiaggia.

Vicini.


Per un po' restammo in silenzio, a guardare il mare.

Le onde arrivavano lente, con un rumore dolce, quasi ipnotico. Il vento portava l'odore della salsedine. Le stelle brillavano, lontane e indifferenti. Era uno di quei momenti che senti già mentre stanno succedendo — senti che li ricorderai, che li porterai con te, che diventeranno parte di qualcosa che non sai ancora nominare.

Lei si accese una sigaretta. Me ne offrì una. Io non fumavo, ma quella volta accettai. Tossii. Lei rise.

«Pas habitué» disse. «Non abituato.»

«No» risi anch'io. «Proprio no.»

Restammo in silenzio a guardare le onde. Poi lei disse qualcosa in francese, troppo veloce perché potessi capire.

«Scusa, non ho capito.»

Lei mi guardò. I suoi occhi brillavano nel buio.

«Je disais que je suis contente de t'avoir rencontré.»

La traduzione mentale fu lenta, faticosa. Poi capii.

«Anch'io» dissi. «Anch'io sono contento di averti incontrata.»

Lei sorrise. Poi appoggiò la testa sulla mia spalla.

Rimanemmo così per chissà quanto tempo. Sentivo il suo peso leggero, il calore del suo corpo, il profumo dei suoi capelli mescolato all'odore del mare. Sentivo il suo respiro che si faceva più lento, più regolare.

E pensavo:

Questo è il momento perfetto. Non muoverti. Non parlare. Resta così.

Ma il tempo passa sempre. E i momenti perfetti finiscono.


A un certo punto lei si raddrizzò. Mi guardò. I suoi occhi erano seri adesso — non c'era più il sorriso storto, non c'era più la leggerezza delle settimane passate. C'era qualcosa di profondo. Intenso. Come se stesse cercando di dirmi qualcosa che le parole — né in francese né in inglese né nella nostra lingua dei gesti — riuscivano a contenere.

Mi prese la mano. Lentamente, la portò al petto. La posò sul suo cuore.

Sentivo battere. Forte. Veloce. Come un tamburo che accelera.

Poi alzò lo sguardo verso di me. Aspettava.

Io la guardai. I suoi occhi. Il suo viso. Le sue labbra. Sentivo il suo cuore sotto la mia mano. Sentivo che se in quel momento l'avessi baciata sarebbe successo qualcosa di importante. Qualcosa che avrebbe cambiato tutto — la distanza, le lingue, le promesse difficili da mantenere, tutto.

E invece no.

Ritrassi la mano.

Lei mi guardò, sorpresa. I suoi occhi si fecero interrogativi. Poi confusi. Poi tristi — di quella tristezza silenziosa di chi capisce senza che niente venga spiegato.

Disse qualcosa in francese. Troppo veloce. Troppo complicato. Non capii.

«Scusa» dissi. «Non ho capito.»

Lei scosse la testa. Sorrise. Ma era un sorriso diverso. Amaro. Il sorriso di chi aveva sperato e adesso rimette a posto quella speranza in un posto sicuro, in fondo, dove non faccia troppo male.

«Rien» disse. «Niente.»

Si alzò. Mi diede un bacio sulla guancia. Leggero. Le sue labbra sulla mia guancia per un secondo, poi il fruscio dei suoi vestiti mentre si alzava.

«Bonne nuit, Luca.»

E tornò verso il pub.

Io rimasi lì, sulla spiaggia. Solo. A guardare il mare. Il cuore che batteva forte per qualcosa che non era successo.

Rimasi fino a quando il cielo cominciò a schiarire.


Il giorno dopo partii presto.

Mi alzai alle cinque, preparai la valigia in fretta, uscii dall'ostello prima che qualcuno si svegliasse. Non volevo vedere nessuno. Non volevo saluti. Non volevo promesse. Non volevo lacrime — né le sue né le mie.

Camminai verso la stazione con il cuore pesante. Brighton era ancora addormentata. Le strade deserte, il mare grigio sotto un cielo nuvoloso, come se anche il tempo si fosse messo in accordo con quello che sentivo.

In stazione comprai il biglietto. Aspettai il treno seduto su una panchina, con la valigia tra i piedi.

Pensavo a lei. A Chloé. A quella notte. A quel cuore che batteva sotto la mia mano.

Perché ero scappato? Perché non avevo avuto il coraggio di restare? Di baciarla? Di dirle qualcosa — qualsiasi cosa — invece di ritirare la mano come se stessi toccando qualcosa di pericoloso?

La solita risposta. Sempre la stessa.

Paura.

Paura di amare. Paura di impegnarmi. Paura della distanza, delle difficoltà, di una storia complicata che non sapevo come sarebbe finita. Paura di tutto. Paura di vivere, in fondo — paura di buttarsi in qualcosa che non controllavo.

Il treno arrivò. Salii. Mi sedetti vicino al finestrino.

Mentre il treno si allontanava, guardai Brighton che spariva lentamente — il molo, le case bianche, il mare grigio. E dentro di me sentii che una parte di me restava lì. Sulla spiaggia. Con lei. Con quel bacio mai dato. Con quella mano ritirata all'ultimo momento.

Non la rividi mai più.

Tornato in Italia, la vita riprese il suo corso.

Esami. Libri. Amici. Le giornate si riempirono di cose normali e Brighton diventò poco alla volta un ricordo lontano, come succede con le estati — le vivi intensamente e poi le riponi da qualche parte, e quando le ritrovi hanno perso qualcosa, un colore, un odore, una temperatura.

Ogni tanto pensavo a Chloé. A quella notte sulla spiaggia. A quel cuore che batteva sotto la mia mano. Ma erano pensieri brevi, fugaci — arrivavano all'improvviso e sparivano subito, come fanno certe canzoni che senti per strada e poi non riesci più a ritrovare.

Non le scrissi mai.

Non avevo il suo indirizzo. Non avevo il suo numero. Solo un nome. Un paese. E un ricordo.

Mi dissi che era stata soltanto un'avventura estiva. Una di quelle che si dimenticano.

Mentivo a me stesso. Ma allora non lo sapevo.


Passarono i mesi. Poi gli anni. Mi laureai. Trovai lavoro. Mi sposai. La vita andò avanti, come sempre, portandomi via le cose senza chiedere il permesso e aggiungendone altre senza che le chiedessi.

Ma ogni volta che sentivo parlare francese, ogni volta che vedevo una ragazza con i capelli corti e scuri, ogni volta che sentivo l'odore del mare di notte — l'odore di salsedine e di legno bagnato e di qualcosa di indefinibile che appartiene solo alle notti estive vicino all'acqua — pensavo a lei.

A Chloé.

A quella parola che non avevo capito.

A quel bacio sulla guancia.

A quella mano ritratta.

Cosa disse, quella notte? Cosa voleva dirmi?

Me lo sono chiesto per anni. Anni e anni, ogni volta che tornava, ogni volta che quel ricordo si affacciava da qualche angolo della memoria.


Una volta, molti anni dopo, comprai un dizionario di francese.

Lo aprivo la sera, a letto, e cercavo parole a caso. Parole che forse lei aveva usato. Parole che potevano essere quelle — quella frase, quella cosa che aveva detto sottovoce sulla spiaggia di Brighton mentre le stelle brillavano e il mare era calmo e io avevo appena ritirato la mano dal suo cuore.

«Amitié.»

«Amour.»

«Cœur.»

«Nuit.»

Amicizia. Amore. Cuore. Notte.

Provavo a ricostruire quella frase. Immaginavo tutte le possibilità.

«Je t'aime.»

Ti amo.

«Je t'aimerai toujours.»

Ti amerò sempre.

«Reste avec moi.»

Resta con me.

«Ne me quitte pas.»

Non lasciarmi.

Non lo so. Non lo saprò mai.

Ma una notte, mentre sfogliavo quel dizionario, trovai una parola che mi fermò.

«Regret.»

Rimpianto.

La guardai a lungo. Poi chiusi il libro.

Avevo trovato la parola giusta. Quella che descriveva non solo quella notte, ma una parte intera della mia vita.


Con l'arrivo di internet, quando ormai ero già vecchio, provai a cercarla.

Aprii il computer e digitai: Chloé, Lione, Brighton 1982.

Sembrava facile, nei film. Invece no. Centinaia di Chloé. Decine di Lione. Troppi risultati, nessuno che somigliasse a lei. Provai con i social network. Facebook. Instagram. Niente. Forse si era sposata e aveva cambiato cognome. Forse viveva in un altro paese. Forse non voleva essere trovata. Forse — e questa è una possibilità a cui si pensa sempre più spesso con l'età, con quella familiarità strana che si sviluppa verso le cose definitive — non c'era più.

Alla fine rinunciai.

Ma continuai a pensarci. Soprattutto la notte, quando non riuscivo a dormire. Rivedevo quella scena, fotogramma per fotogramma. La sua mano che mi prendeva. Il suo cuore sotto le mie dita. I suoi occhi che aspettavano. E la mia mano che si ritraeva.

Perché lo feci?

Forse per timidezza. Forse per paura di non capire, di sbagliare, di fare la figura dello stupido in una lingua che non conoscevo. O forse perché ero giovane e credevo che la vita fosse piena di occasioni. Che ce ne sarebbero state altre. Che potevo permettermi di lasciarne passare una.

Non sapevo che le occasioni sono come i treni. Passano una volta sola. Se le perdi, non tornano.


Qualche anno fa andai a Lione.

Un viaggio organizzato con mia moglie — una di quelle gite di gruppo per pensionati, con pullman, guide e pranzi inclusi. Niente di speciale. Ma per me era diverso. Io camminavo per le strade di Lione e cercavo Chloé. Cercavo il suo viso tra la folla. Il suo sorriso storto. I suoi occhi dorati.

Cercavo una ragazza di vent'anni in un corpo di sessanta. Una donna che probabilmente non avrei mai riconosciuto.

Naturalmente non la trovai.

Ma una sera, mentre mia moglie dormiva in albergo, uscii a camminare da solo. Camminai a lungo, senza una meta, lasciando che i piedi decidessero. Arrivai in una piazza con una fontana e alcuni ragazzi che suonavano la chitarra. Mi sedetti su una panchina. Chiusi gli occhi.

E provai a ricordare.

Il suo viso. I suoi occhi. La sua voce. Quella parola. Quella notte. Quella frase che non avevo capito.

E all'improvviso, come un lampo, capii.

Aprii gli occhi. Il cuore mi batteva forte.

«Je t'aime.»

Aveva detto je t'aime.

Ti amo.

Lo disse quella notte, sulla spiaggia di Brighton, dopo che avevo ritirato la mano. Lo disse sottovoce, con gli occhi pieni di qualcosa che allora non avevo saputo leggere.

«Je t'aime, Luca.»

Per anni avevo cercato di decifrare quella frase. Per anni mi ero chiesto cosa avesse detto. E ora, all'improvviso, seduto su una panchina in una piazza di Lione con il rumore di una chitarra nell'aria, la risposta era lì.

Semplice. Chiara. Definitiva.

Mi amava.

E io ero scappato.


Stanotte ho sognato Brighton.

Ero di nuovo lì. Sulla spiaggia. I ciottoli sotto i piedi, il mare davanti, il cielo pieno di stelle. Chloé era accanto a me. Giovane. Bella. Con i suoi capelli corti e i suoi occhi dorati che brillavano nel buio.

Mi prese la mano. La portò al cuore.

«Je t'aime» disse.

E io, questa volta, non ritrassi la mano.

La lasciai lì. Sentii il suo cuore battere — forte, veloce, reale come quella notte sulla spiaggia, reale come tutto quello che non era successo.

Poi la presi tra le braccia. La baciai.

E fu bellissimo.

Poi mi svegliai.

Il buio della stanza. Il silenzio della notte. Il vuoto nel petto — quel vuoto preciso e familiare che lasciano i sogni belli quando finiscono.

Chiusi gli occhi. Provai a riaddormentarmi, a tornare in quel sogno, a restare ancora un po' su quella spiaggia con lei.

Ma non ci riuscii.

Rimasi sveglio fino all'alba. A pensare a Chloé. A quella parola che finalmente avevo capito. A quell'amore che avevo lasciato andare per paura, per timidezza, per quella mia capacità antica di tirarmi indietro esattamente quando avrei dovuto restare.

E piansi.

Per la prima volta dopo tanti anni, piansi.

Per Chloé. Per me. Per tutte le occasioni perdute. Per tutto l'amore che avevo avuto davanti e non avevo visto. Per quella mano ritirata all'ultimo momento su una spiaggia di ciottoli, quarant'anni fa, mentre le stelle brillavano e il mare era calmo e lei aspettava.


Dopo quel sogno ho scritto una lettera. Come per le altre. Come per tutte.

Cara Chloé,

Je t'aime.

Queste parole, che non seppi capire quella notte a Brighton, finalmente le capisco. Finalmente le dico. Anche se è tardi. Anche se non mi sentirai mai.

Quella notte, sulla spiaggia, quando mi prendesti la mano e la portasti al cuore, io ebbi paura. Paura di amare. Paura di impegnarmi. Paura della distanza, delle difficoltà, di tutto quello che sarebbe stato complicato e incerto.

Così ritrassi la mano. E tu dicesti quelle parole. E io non capii.

Per anni ho cercato di capire cosa dicesti. Ho comprato dizionari, ho chiesto a gente, ho immaginato. Solo ora, dopo una vita, ho capito.

Mi amavi.

E io scappai.

Non so dove tu sia, né come tu stia. Spero che tu sia felice. Lo spero con tutto il cuore.

Ma volevo che tu lo sapessi. Che quella notte, per me, è stata importante. Che tu, per me, sei stata importante. Che il tuo amore, anche se non l'ho raccolto, mi ha cambiato.

Grazie per avermi amato.

Grazie per avermi aspettato.

Grazie per avermi insegnato che l'amore non ha bisogno di parole.

Je t'aime, Chloé.

Je t'aime.

Con tutto il cuore,

Luca

Piegai la lettera. La misi in una busta. Scrissi: Chloé, Lione, Francia. Non la spedii mai. Non sapevo dove. Ma l'ho scritta. E forse questo basta.


Oggi, ripensando a questa storia, ho capito una cosa.

Chloé non mi ha insegnato solo il rimpianto. Mi ha insegnato anche il coraggio di amare senza parole. Perché con lei, per quattro settimane, ho comunicato con gesti, sguardi, mezze frasi. Eppure non c'è mai stato bisogno di parlare davvero. Ci capivamo lo stesso. Il cuore parlava da solo.

Quella notte, sulla spiaggia, il suo cuore parlava. Batteva forte sotto la mia mano e diceva una cosa semplice:

Ti amo.

Io non l'ho ascoltato. Ho ascoltato la paura.

Ma oggi so che l'amore vero non ha bisogno di parole. Si sente. Si vede negli occhi. Si tocca con mano.

E io l'ho toccato, quel cuore. L'ho sentito battere. E l'ho lasciato andare.


Stanotte, prima di addormentarmi, ho chiuso gli occhi e ho cercato di ricordare il suo viso.

I capelli corti. Gli occhi dorati. Il sorriso storto. La sua risata leggera mentre mi insegnava il francese sul prato della scuola. Il suo profumo, misto a salsedine. La sua mano che mi prendeva quella notte.

E per un attimo — un solo attimo — l'ho vista.

Chiara. Nitida. Come se fosse lì.

Sorrideva. Mi guardava con quegli occhi pieni di qualcosa che adesso so come si chiama.

E diceva:

«Je t'aime, Luca.»

Ho sorriso. Nel buio della stanza ho sorriso.

E ho sussurrato:

«Je t'aime aussi, Chloé. Je t'aime aussi.»

Poi mi sono addormentato.

E ho sognato Brighton.

Forse per l'ultima volta.

Ma è stato bello.

CAPITOLO 7

Anna e l'attesa infinita

Oggi ho saputo che Anna è morta.

Me l'ha detto Marco, l'amico di sempre, quello che mi ha collegato a metà di queste storie. Mi ha telefonato nel pomeriggio, mentre guardavo la televisione senza davvero vederla — uno di quei pomeriggi in cui la testa è altrove e le immagini scorrono sullo schermo senza lasciare traccia.

«Luca» ha detto. «Devo dirti una cosa.»

«Dimmi.»

«Anna. È morta ieri. Un infarto, all'improvviso. Il marito l'ha trovata in giardino, con le cesoie in mano, mentre potava le rose.»

Il silenzio.

Lunghissimo.

«Luca? Sei ancora lì?»

«Sì» ho detto. «Sì, sono qui.»

«Volevo che lo sapessi. So che eravate amici, una volta.»

Una volta. Sì, una volta.

Ho riattaccato. Sono rimasto a guardare il muro per chissà quanto tempo. La televisione continuava a trasmettere immagini, voci, pubblicità. Io non sentivo niente. Vedevo solo un punto fisso davanti a me.

Poi ho pianto.

Per la prima volta da quando mio padre se n'è andato, ho pianto. Non singhiozzi, non lacrime facili. Un pianto silenzioso, profondo, che veniva da un posto dentro di me che non sapevo nemmeno di avere.

Anna. L'ultima. La più importante. Quella che avevo sempre avuto accanto e non avevo mai visto.

Anna.


  1. Prima elementare.

Banco di legno, pennini e inchiostro, la maestra con i capelli bianchi e la voce severa che non ammetteva rumore. Io ero seduto al terzo banco della seconda fila. Fuori pioveva — un acquazzone estivo che batteva forte sui vetri e riempiva la classe di un rumore sordo e continuo.

Stavo guardando la pioggia, distratto, quando sentii un tonfo.

La mia gomma. Era caduta ed era rotolata lontano, sotto il banco di una bambina due file più avanti, a destra.

La bambina si chinò. La raccolse. Si voltò e me la porse.

Aveva i capelli raccolti in due treccine, un grembiule blu troppo grande per lei, e gli occhi più buoni che avessi mai visto. Non occhi belli nel senso del colore o della forma — occhi buoni nel senso di quello che contenevano. Una bontà che non aveva niente di ingenuo, niente di inconsapevole. Una bontà scelta.

«Tieni» disse.

«Grazie» risposi.

Lei sorrise. Un sorriso timido, appena accennato, come quello di qualcuno che non è sicuro di meritare attenzione ma la offre lo stesso.

Poi tornò al suo quaderno.

Io rimasi con la gomma in mano, a guardarla.

Non sapevo, allora, che quella bambina sarebbe stata nella mia vita per i successivi cinquant'anni. Non sapevo niente. Avevo sei anni. Sapevo solo che quegli occhi mi avevano guardato in un modo che non avevo mai incontrato prima.

Si chiamava Anna.


Da quel giorno cominciammo a sederci vicini.

La maestra cambiava i posti ogni mese, ma io e Anna finivamo sempre accanto — come se qualcuno, nel fare i cartellini con i nomi, avesse deciso che dovevamo stare insieme senza saperlo davvero.

A ricreazione giocavamo insieme. A campana, a nascondino, a strega comanda colore. Lei correva piano, rideva forte. Io la inseguivo, felice di essere inseguito e di inseguire, felice di quella semplicità che hanno le cose quando sei bambino e non hai ancora imparato a complicarle.

Una volta, durante l'intervallo, le chiesi: «Perché hai i capelli così?»

«Così come?»

«Con le trecce.»

«Me le fa la mamma. Dice che così sono più ordinata.»

«Non mi piacciono» dissi.

Lei mi guardò, un po' ferita. «Perché?»

«Perché non si vedono bene i tuoi occhi.»

Arrossì. Poi sorrise — quel sorriso timido che già conoscevo, che sarebbe rimasto uguale per cinquant'anni.

Il giorno dopo venne a scuola con i capelli sciolti. La maestra la sgridò: «Anna, non sei ordinata!» Lei non disse niente. Ma mi guardò. E sorrise.

Da quel giorno, per tutto quell'anno, venne sempre con i capelli sciolti.


Alle medie finimmo in classi diverse.

Io ero in prima A, lei in prima B. Ci vedevamo all'intervallo, qualche volta — due parole, poi ognuno dai propri compagni. Ma nel pomeriggio, spesso, ci incontravamo al parco vicino a casa sua. Lei abitava a tre isolati da quel parco. Io facevo volentieri la strada in più pur di vederla, anche se allora non mi sarei mai detto che era per questo.

Parlavamo di tutto. Dei professori, dei compiti, dei compagni. Una volta mi chiese:

«Ti piace qualcuna?»

«Chi?»

«Una ragazza. Della tua classe.»

Ci pensai. «Non lo so. Forse no.»

«Neanche a me piace nessuno.»

Rimanemmo in silenzio per un momento, seduti sulla panchina con i piccioni che camminavano ai nostri piedi.

Poi lei disse: «Ma se dovessi scegliere, come dovrebbe essere?»

«Non lo so. Buona. Che mi faccia ridere.»

La guardai. «Come te.»

Arrossì. Cambiò discorso. Ma quella sera, tornando a casa, ci pensai a lungo. A quello che avevo detto. A cosa significava. A perché era uscito così naturalmente, senza che lo pensassi davvero.

Forse, già allora, c'era qualcosa. Ma non lo sapevo. E anche se lo avessi saputo, probabilmente avrei fatto finta di niente. Come avrei fatto per tutta la vita.


Terza media. Il mio compleanno.

Anna arrivò a scuola con un pacchetto. Me lo diede, impacciata, con quella sua aria di chi fa una cosa importante cercando di far sembrare che non lo sia.

«Tanti auguri» disse.

Lo aprii. Era un libro. Il piccolo principe di Saint-Exupéry. La copertina colorata, le pagine che profumavano di nuovo — quell'odore preciso dei libri mai aperti prima.

«Grazie» dissi. «Ma perché?»

«Perché è il mio libro preferito.» Fece una piccola pausa. «E volevo darti qualcosa di mio.»

Lo lessi quella sera stessa. E quando arrivai alla frase l'essenziale è invisibile agli occhi, pensai a lei. A come mi guardava. A come mi sorrideva. A come c'era sempre, senza mai chiedere niente in cambio.

Il giorno dopo le chiesi: «Perché mi hai regalato proprio questo libro?»

Lei mi guardò. I suoi occhi erano seri, più seri del solito.

«Perché tu non vedi l'essenziale» disse. «Vedi solo quello che vuoi vedere.»

Non capii allora cosa volesse dire. Ma non dimenticai mai quelle parole. Le portai con me per cinquant'anni, come si porta qualcosa che non si capisce ancora ma si sa che un giorno si capirà.


Liceo.

Io al classico. Lei allo scientifico. Scuole diverse, orari diversi, amici diversi. Ci vedevamo meno, ma non ci perdemmo mai — come se ci fosse un filo invisibile tra noi che si poteva allungare ma non spezzare.

Ogni tanto, dopo scuola, ci incontravamo al bar vicino alla stazione. Lei prendeva un tè. Io un caffè. Parlavamo di tutto — dei professori, dei compiti, dei sogni per il futuro. Lei voleva fare la veterinaria. Amava gli animali da sempre, con quella passione totale e un po' comica che hanno certi bambini e che alcuni riescono a portarsi dietro fino all'età adulta senza perderla per strada. A casa sua avevano un cane, un gatto e, per un periodo, anche un coniglio che si chiamava Napoleone e che aveva la cattiva abitudine di rosicchiare i libri di testo.

Io la prendevo in giro. «Ma quanti animali vuoi?»

Lei rideva. «Tutti. Vorrei salvarli tutti.»

Una volta, mentre parlavamo, le chiesi: «E tu? Nessun ragazzo?»

Fece spallucce. «Qualcuno. Ma niente di serio.»

«Perché?»

«Non lo so.» Fece una pausa. Guardò la tazza del tè, la girò tra le mani. «Forse aspetto.»

«Aspetti cosa?»

Mi guardò. I suoi occhi erano profondi, seri, con quella luce che avevano quando stava per dire qualcosa di importante.

«Aspetto che qualcuno mi veda.»

Non capii. O forse sì. E feci finta di niente — che è una cosa diversa, e molto peggiore.

Quella sera, tornando a casa, ripensai a quelle parole. Aspetto che qualcuno mi veda. Le girai e rigirai nella testa. Ma non arrivai a nessuna conclusione. O forse arrivai alla conclusione giusta e la ignorai.

Come sempre.


Università.

Io a Pisa. Lei a Firenze. Finalmente strade diverse, finalmente distanza. Eppure ci vedevamo nei weekend, quando tornavamo al paese. Lei prendeva il treno del venerdì sera. Io quello del sabato mattina. Ci incontravamo in stazione, quasi per caso, quasi sempre.

Abbracci. Risate. Poi via a passeggiare per le strade del paese che conoscevamo a memoria, a raccontarci le settimane, a lamentarci degli esami e dei professori e dei coinquilini e di tutte quelle piccole cose che riempiono la vita quando sei giovane e pensi che siano importanti.

Era sempre lì, Anna. Ad aspettarmi.

Quando litigavo con i miei, lei mi ascoltava al telefono per ore — seduta sul letto del suo appartamento a Firenze, con la voce paziente di chi ha tutto il tempo del mondo anche quando non ce l'ha. Quando mi lasciava una ragazza, lei veniva a casa mia con una torta comprata in pasticceria e una birra e stava lì a sentirmi lamentare finché non avevo più parole. Quando mi laureai, lei era in prima fila ad applaudire, con un mazzo di fiori gialli in mano — i miei preferiti, che si era ricordata anche se glielo avevo detto una volta sola, anni prima.

«Sei stato bravo» disse, abbracciandomi forte.

«Grazie di essere venuta.»

«Dove vuoi che vada?»

Sorrise. Quel sorriso di sempre.

Io lo sapevo che mi voleva bene. Lo sapevo da quando avevamo quindici anni e mi aveva fatto quel regalo di compleanno troppo bello e troppo pensato per essere solo da amica. Lo sapevo da quando, alle superiori, diventava silenziosa e distante se parlavo di altre ragazze — non gelosa in modo vistoso, non mai, ma con quella sottile ritrazione di chi sente qualcosa che non vuole mostrare. Lo sapevo da sempre.

Ma facevo finta di niente. Perché Anna era lì. Come una certezza. Come il sole che sorge ogni mattina. Come l'aria che respiri. Non ci pensi. Non la noti. C'è e basta.

Tanto Anna c'è, pensavo. Anna aspetta.

E lei aspettava.


Aspettò per anni.

Per tutto il liceo, mentre io mi innamoravo di ragazze che non mi guardavano o che mi guardavano nel modo sbagliato. Per tutta l'università, mentre io frequentavo altre, le lasciavo, le rimpiangevo, ricominciavo. Per tutti i primi anni dopo la laurea, mentre io cercavo lavoro e mi arrangiavo e sbagliavo e ricominciavo ancora.

Lei era sempre lì. Quando tornavo al paese, lei c'era. Quando avevo bisogno di parlare, lei ascoltava. Quando ero solo, lei mi teneva compagnia senza mai farne una questione, senza mai dire lo faccio per te, senza mai mettere un conto in mezzo.

Una volta, eravamo ormai sulla trentina, mi chiese — eravamo seduti al solito bar, le solite tazze davanti, la stessa stazione fuori dalla finestra:

«Ma tu, Luca, cosa cerchi in una donna?»

Ci pensai davvero, quella volta. Non risposi subito. «Non lo so. Forse l'amore vero. Quello che ti cambia. Quello dei libri.»

Lei sorrise. Ma era un sorriso un po' triste, di quelli che nascono da qualcosa che non si dice.

«E se l'amore vero fosse qualcosa di più semplice?» disse. «Qualcosa che hai sempre avuto davanti?»

La guardai. «Che vuoi dire?»

«Niente.»

Abbassò lo sguardo. «Lascia stare.»

Cambiò discorso. Ma quella sera ci pensai. Pensai a lei. A tutti quegli anni. A tutte quelle volte che era stata lì, a tutte quelle volte che l'avevo data per scontata. E per un attimo — un solo attimo — pensai:

E se fosse lei?

Poi scacciai il pensiero. Troppo comodo. Troppo facile. Lei era un'amica. Solo un'amica. Non poteva essere altro — o almeno, così mi dicevo. Perché se ammettevo che poteva essere altro dovevo anche ammettere che avevo sprecato anni. E questo faceva troppo male per essere guardato in faccia.

Mentivo a me stesso. Ma allora non lo capivo ancora del tutto.


Poi, quando avevamo trent'anni, conobbe uno.

Si chiamava Paolo. Un bravo ragazzo — serio, con un lavoro stabile, la voglia chiara di mettere su famiglia. Lo presentò a me e agli altri amici una sera, a cena da Marco. Era alto, con gli occhi chiari e un sorriso tranquillo, il tipo di sorriso di chi non ha niente da dimostrare.

La guardava come meritava di essere guardata. Con attenzione. Con cura. Con amore — quell'amore quieto e solido che non fa rumore ma è il più difficile da costruire.

Io, quella sera, brindai. Sorrisi. Dissi le cose giuste.

Dentro, qualcosa si ruppe.

Non con un fragore. Piano, silenziosamente, come si rompono le cose che erano già incrinata da tempo.

Più tardi, mentre eravamo in cucina a prendere il dolce, lei mi si avvicinò. Si fermò accanto a me. Restammo in silenzio per un momento, lei con il piatto in mano, io appoggiato al muro.

«Ti piace?» chiese.

«Chi?»

«Paolo.»

«Sì.» Annuii. «Sembra un bravo ragazzo.»

«Lo è.»

Altro silenzio. Poi lei disse, con una voce diversa — più bassa, più lenta, come se stesse pesando ogni parola prima di lasciarla andare:

«Sai, Luca… io l'ho aspettato tanto.»

«Aspettato chi?»

Mi guardò.

«Te.»

Il mondo si fermò.


«Te. Ho aspettato te.»

Le sue parole rimasero sospese nell'aria tra di noi come fanno certe cose dette ad alta voce per la prima volta dopo anni di silenzio.

La guardai. I suoi occhi erano sereni. Finalmente sereni — con quella serenità di chi ha portato qualcosa di pesante per molto tempo e adesso lo posa, non perché qualcuno glielo abbia tolto, ma perché ha deciso da sola di posarlo.

«Per anni» continuò. «Da quando eravamo bambini. Da quella gomma che ti cadde sotto il mio banco.»

Fece un piccolo sorriso — quel sorriso timido di sempre, quello che conoscevo da trent'anni.

«Ho aspettato che ti accorgessi di me. Che mi guardassi. Che mi vedessi davvero, non solo come l'amica che c'è sempre, non solo come la persona su cui si conta. Come una donna.»

Non riuscivo a parlare. La guardavo e non riuscivo a dire niente — non per mancanza di parole, ma perché qualsiasi parola sarebbe sembrata insufficiente di fronte a quello che stava dicendo. Di fronte a tutti quegli anni che contenevano.

«Ma tu non mi hai mai vista.»

La sua voce era calma. Senza rabbia, senza rancore. Come una constatazione — qualcosa che aveva fatto pace con sé stessa prima di dirlo a me.

«Sognavi altre. Inseguivi altre. Guardavi sempre altrove. E io ero sempre lì, a un passo da te. E tu non mi vedevi.»

«Anna, io…»

«No.» Scosse la testa, dolcemente ma con fermezza. «Lasciami finire. È l'ultima volta che ne parlo.»

Inspirò piano.

«Ho aspettato tanto. Poi ho capito che non sarebbe successo. Che non mi avresti mai vista. Allora ho smesso di aspettare.»

Mi guardò di nuovo. Quegli occhi — quegli occhi buoni che conoscevo da quando avevo sei anni.

«Paolo mi ha vista. Dal primo momento. Mi ha guardata e mi ha vista — tutta, così come sono, senza che dovessi spiegare niente. E io ho detto sì.»

Fece un respiro.

«Non dispiacerti. Non è colpa tua. Il cuore non si comanda.»

Poi fece un passo verso di me. Mi abbracciò — un abbraccio lungo, stretto, il tipo di abbraccio che contiene tutto quello che non si riesce a dire.

«Ti voglio bene, Luca.» La sua voce era calda, ferma. «Te ne vorrò sempre.»

Poi si staccò. Mi sorrise. Quel sorriso di sempre.

E tornò in salotto. Da Paolo. Dalla sua nuova vita.

Io rimasi in cucina. Da solo. Con il piatto del dolce ancora in mano, la musica che arrivava attutita dal salotto, le voci degli altri che ridevano senza sapere niente.


Tornai a casa che era già tardi.

Mi sedetti sul letto senza spogliarmi. Rimasi a fissare il muro per chissà quanto tempo, con il rumore della città fuori e il silenzio dentro.

Ripensai a tutte le volte. A tutte le occasioni. A tutti i segnali che non avevo visto — o che avevo visto e ignorato perché era più comodo così, perché ammettere di averli visti significava ammettere di aver scelto di non fare niente.

Le treccine. I capelli sciolti. Il libro regalato. L'essenziale è invisibile agli occhi. Gli sguardi. I silenzi. Le attese. Trent'anni di piccoli gesti che avevano tutti la stessa direzione e che io avevo sempre guardato dall'altra parte.

Era stata lì. Sempre. Per una vita intera. E io non l'avevo mai vista.

Come avevo fatto a essere così cieco? Così stupido? Così vigliacco?

Avevo cercato l'amore in donne lontane, complicate, impossibili. Avevo rincorso fantasmi, sogni, illusioni. Avevo passato anni a rimpiangere donne che non avevo avuto il coraggio di raggiungere. E intanto l'amore vero era lì, davanti a me. Paziente. Silenzioso. Immobile. Ad aspettare.

E io l'avevo lasciata aspettare. Per anni. Per decenni. Fino a quando si era stancata. Fino a quando aveva smesso di aspettare e aveva trovato qualcun altro — qualcuno che avesse finalmente il buon senso di vederla.

Ora era felice. Con un altro. E io non potevo farci niente.

Quella notte piansi. Per la prima volta piansi per lei. Per quello che avevo perso. Per quello che non avevo mai avuto. Per tutto il tempo sprecato a guardare da un'altra parte.

Ma era tardi. Troppo tardi.


Si sposarono l'anno dopo.

Io andai al matrimonio, naturalmente. Come potevo non andare? Ero il suo migliore amico. Dovevo esserci — non potevo mancare, non avrei potuto guardarmi allo specchio se fossi mancato.

La chiesa era piena di gente. Parenti, amici, colleghi, vicini di casa. Tutta quella folla festosa che si raduna intorno alle cose belle della vita come si raduna intorno a un fuoco.

Io stavo in fondo, come sempre. In un angolo, con il programma della cerimonia in mano, a guardare.

Lei entrò in bianco. Bella come non mai — non di quella bellezza artificiale che si costruisce per un giorno, ma di quella bellezza vera che viene da dentro quando una persona è finalmente nel posto giusto della sua vita. Il velo leggero. Il sorriso radioso. Gli occhi — quegli occhi buoni di sempre — pieni di una gioia pulita, senza ombre.

Paolo la guardava dall'altare come se fosse la cosa più preziosa del mondo. E lo era.

Io applaudii con gli altri. Brindai con gli altri. Sorrisi con gli altri. Feci tutto quello che si fa in queste occasioni, con la precisione meccanica di chi sa come ci si comporta anche quando dentro non si sente niente di quello che dovrebbe sentire.

Al ricevimento, verso la fine della serata, quando la festa cominciava a scaldarsi e la gente ballava e rideva, lei mi si avvicinò in un momento di calma.

«Grazie di essere venuto» disse.

«Dove vuoi che vada?»

Le stesse parole che mi aveva detto alla mia laurea. Lo stesso sorriso.

La guardai. «Sei felice?»

«Molto.»

Fece una piccola pausa. «E tu?»

«Anch'io» mentii.

Lei mi guardò per un attimo — con quegli occhi che avevano sempre saputo leggere attraverso me come attraverso il vetro. Poi non disse niente.

«Sii felice, Luca.» La sua voce era dolce, seria. «Trovati qualcuno. Non restare solo.»

«Ci proverò.»

Mi abbracciò. Un abbraccio lungo, come quello in cucina il giorno in cui mi aveva detto la verità. Poi tornò da Paolo. Dal suo sposo. Dalla sua vita.

Io rimasi lì con il calice in mano, a guardarla allontanarsi tra la folla.

Come sempre.


Dopo il matrimonio si trasferirono al Nord per lavoro. All'inizio ci sentivamo spesso — telefonate lunghe, racconti, piccole confidenze, quella continuità di un'amicizia che non vuole ammettere la distanza. Poi sempre meno. Le nostre vite avevano preso direzioni così diverse che trovare qualcosa da dirsi diventava ogni volta più difficile, come cercare acqua in un pozzo che si sta prosciugando.

Lei postava foto sui social. La casa nuova con il giardino. I figli — due, maschio e femmina — che crescevano veloci come crescono sempre i figli nelle foto degli altri. Le vacanze al mare in agosto. I pranzi di Natale con la famiglia allargata. Il giardino, soprattutto — aveva un bel giardino, si vedeva dalle foto, curato con quella stessa attenzione paziente che metteva in tutto. Fiori di ogni tipo. E le rose soprattutto. Ne aveva tante, di rose.

Io guardavo quelle foto e pensavo: menomale. Ha trovato la sua strada. Lo pensavo davvero, senza invidia, senza amarezza — o almeno cercavo di pensarlo davvero, con onestà. Perché le volevo bene. Perché meritava di essere felice più di chiunque altro che avessi conosciuto.

Ma dentro, in quell'angolo nascosto che non si riesce mai a spegnere del tutto, qualcosa continuava a rodere. Quel qualcosa aveva un nome preciso.

Rimpianto.


Una volta, dieci anni fa, ci sentimmo per telefono.

Era il mio compleanno. Mi chiamò per farmi gli auguri — una cosa che faceva sempre, ogni anno, senza mai dimenticarsi, senza mai mandare solo un messaggio come avrebbe fatto chiunque altro. Quella voce al telefono, sempre puntuale, sempre calda, era diventata negli anni una delle poche costanti su cui potevo contare.

Parlammo per mezz'ora. Del più e del meno. Dei figli che crescevano, del lavoro, della vita che andava avanti. Di quante cose erano cambiate e di quante erano rimaste uguali. Ci ritrovammo a ridere di cose vecchie, di ricordi comuni, di quella geografia condivisa dell'infanzia che è uno dei pochi posti dove si torna sempre volentieri senza bisogno di spiegazioni.

Alla fine lei disse, con una voce leggermente diversa, come se stesse abbassando la guardia per un momento: «Sai, Luca, qualche volta ripenso a quando eravamo ragazzi.»

«Anch'io» dissi. «Erano bei tempi.»

«Sì.»

Ci fu una pausa. Una di quelle pause in cui si sente che c'è qualcosa che potrebbe essere detto e non viene detto — qualcosa che galleggia tra le parole senza trovare il coraggio di uscire.

«Bene, allora» disse infine. «Tanti auguri ancora.»

«Grazie.»

«Ciao, Luca.»

«Ciao, Anna.»

Riattaccai. Rimasi con il telefono in mano per un lungo momento. Avevo qualcosa nella voce, quella volta — una tristezza leggera, un peso appena percettibile sotto le parole normali. O forse me lo immaginavo io. Forse avevo bisogno di credere che anche lei, qualche volta, tornasse con la mente a quegli anni. Che anche lei portasse qualcosa.

Non lo so. Non lo saprò mai.


L'ultima volta che la vidi fu cinque anni fa.

Ero tornato al paese per un funerale — quello di uno zio, l'ultimo dei fratelli di mio padre. Quei funerali di paese dove si incontrano sempre le stesse persone, dove i volti sono gli stessi di trent'anni prima ma invecchiati, dove si ha sempre la sensazione di guardare un film che conosci già ma che ti sorprende lo stesso.

Lei era lì con Paolo e i figli. Ci incrociammo al cimitero, dopo la cerimonia, in quella confusione mesta dei saluti che seguono i funerali — le strette di mano, i baci sulle guance, le frasi di circostanza che suonano vuote ma si dicono lo stesso perché non ci sono altre parole.

Era invecchiata. Come tutti. I capelli grigi, portati con quella semplicità di chi non ha bisogno di nascondere niente. Qualche ruga in più, quel modo di muoversi leggermente più lento che arriva con gli anni senza che te ne accorga. Ma gli occhi erano gli stessi. Quegli occhi buoni. Quegli occhi di sempre.

Ci abbracciammo. Ci tenemmo stretti per un momento, lì in mezzo al cimitero, tra la gente che passava, come se tutti quegli anni si comprimessero in quell'abbraccio.

«Come stai?» chiese.

«Bene. Tu?»

«Bene.» Fece un piccolo sorriso. «I ragazzi crescono. Il lavoro. La solita vita, sai com'è.»

«Lo so.»

Parlammo per qualche minuto — di queste cose vaghe e sicure che si dicono quando si vuole stare vicini senza andare in profondità, quando si sa che andare in profondità costerebbe troppo in quel momento, in quel posto, con tutta quella gente intorno. Paolo era a pochi passi, parlava con qualcuno che non conoscevo. I figli stavano più in là, con i telefoni in mano, aspettando con la pazienza inconsapevole dei giovani che i grandi finissero di fare le loro cose di grandi.

Poi lei disse: «Devo andare. Paolo mi aspetta.»

«Certo.»

«Ci vediamo, Luca.»

Mi abbracciò un'ultima volta. Forte, con quella stessa naturalezza di sempre — come se abbracciarmi fosse una cosa che aveva fatto tutta la vita e sapeva ancora come si fa. Come se il tempo non avesse cambiato niente in quel gesto.

Poi si allontanò. Verso la sua macchina. Verso la sua famiglia. Verso la sua vita.

Io rimasi lì a guardarla. La sua figura che si allontanava tra le lapidi e i cipressi, Paolo che le prendeva la mano quando la raggiunse, i figli che li seguivano.

Non sapevo che sarebbe stata l'ultima volta. Non lo si sa mai, che è l'ultima volta. Sarebbe troppo pesante saperlo in anticipo. O forse no — forse se lo sapessimo staremmo più attenti, diremmo le cose che non diciamo, terremmo le persone un po' più a lungo prima di lasciarle andare.


Oggi ho saputo che Anna è morta.

Un infarto. Improvviso, senza preavviso, come sono gli infarti. Il marito l'ha trovata in giardino con le cesoie in mano, mentre potava le rose. Quelle rose che aveva curato per anni con la stessa pazienza silenziosa con cui aveva aspettato me — tagliando, potando, aspettando che fiorissero, prendendosi cura di qualcosa che cresceva lentamente e aveva bisogno di tempo.

Chissà cosa pensava, in quel momento. Chissà se l'ultimo pensiero è andato a Paolo, ai figli, al giardino fiorito davanti a lei. O se, come me qualche volta, tornava con la mente a quei giorni lontani. Alle elementari, quel primo giorno di pioggia. Alle medie, le panchine del parco. Al liceo, il bar vicino alla stazione. Ai weekend di università, la stazione ferroviaria. Al libro regalato. A quella sera in cucina quando mi aveva detto la verità guardandomi con quegli occhi sereni di chi ha finalmente posato un peso.

Non lo so. Non lo saprò mai.

Ma so che una parte di me, oggi, è morta con lei. Quella parte che sperava — chissà perché, dopo tutto questo tempo, con che diritto sperava ancora — di incontrarla di nuovo. Di sedersi con lei in qualche bar, come facevamo una volta, con le solite tazze davanti e la stazione fuori dalla finestra. Di parlarle ancora. Di dirle, finalmente, quello che non le avevo mai detto.

Troppo tardi. Come sempre.


Domani andrò al suo funerale.

Mi alzerò presto. Metterò la giacca scura, quella che uso solo per le occasioni tristi — i funerali, i matrimoni difficili, le cose a cui non si può non andare. Prenderò la macchina e guiderò fino al suo paese — quello dove siamo nati tutti e due, dove tutto è cominciato, dove una bambina con le treccine e un grembiule blu troppo grande si era chinata a raccogliere una gomma caduta sotto il suo banco.

Starò in fondo alla chiesa. In silenzio. Guarderò la bara, i fiori, la gente. Suo marito con il dolore scritto in faccia di chi ha perso non solo la persona amata ma la struttura stessa della propria vita quotidiana. I suoi figli che cercano di essere forti. Tutti quelli che l'hanno amata davvero, che l'hanno vista, che non l'hanno mai data per scontata.

Io starò lì. In disparte. Come ho sempre fatto. Come un fantasma. Come un estraneo alla storia più importante della mia vita — quella che avevo avuto a portata di mano per cinquant'anni e non avevo mai saputo riconoscere.

E forse, quando tutti se ne saranno andati, quando la chiesa sarà vuota e rimarrà solo il silenzio e l'odore dei fiori e quella luce particolare che hanno le chiese quando sono deserte, mi avvicinerò. Metterò una mano sulla sua bara. E le dirò quello che avrei dovuto dirle da sempre.

«Ti amo, Anna. Ti ho sempre amata. E non lo sapevo.»

Ma sarà solo un sussurro. Per me stesso. Per il mio rimpianto. Lei non potrà sentirmi.


Stanotte, prima del funerale, ho scritto una lettera. L'ultima. La più difficile. La più dolorosa.

Cara Anna,

non so se esiste un posto dove le lettere arrivano dopo la morte. Forse no. Forse tutto finisce qui, in questa stanza, in questa notte, in questo silenzio in cui sento solo il mio respiro e fuori il vento che muove le foglie.

Ma io devo scriverti lo stesso. Devo dirti quello che non ti ho mai detto in cinquant'anni. Quello che avrei dovuto dirti tante volte e non ho mai trovato il coraggio di dire.

Ti ho amata.

Ti ho sempre amata.

Da quella prima volta, in prima elementare, quando raccogliesti la mia gomma e me la porgesti con quel sorriso timido che non ho mai dimenticato. Da quel momento, per tutta la vita, in tutti i modi in cui si può amare qualcuno senza saperlo — o sapendolo e facendo finta di niente, che è una cosa diversa e molto peggiore.

Ma non lo sapevo. O forse lo sapevo e facevo finta di niente. Perché avevo paura — paura di rovinare l'unica cosa bella e solida che avevo, paura di perderti se avessi detto la verità, paura di scoprire che anche tu, come le altre, alla fine te ne saresti andata.

Così ho lasciato che tu mi aspettassi. Per anni. Per decenni. E tu hai aspettato. Con quella pazienza silenziosa che era tua, solo tua — quella bontà che avevi negli occhi già a sei anni, quando raccoglievi le gomme cadute e le porgevi senza chiedere niente in cambio, e che non ti ha mai abbandonato.

Aspettavi che io ti vedessi.

Io non ti ho vista. Non ho saputo vederti.

E quando hai smesso di aspettare, quando hai trovato Paolo, quando ti sei fatta una vita bella e vera con qualcuno che aveva avuto il buon senso di vederti subito, dal primo momento, senza bisogno di cinquant'anni per capirlo — allora ho capito cosa avevo perso. Ma era tardi. Troppo tardi.

Ora non ci sei più. E io resto qui con il mio rimpianto, con le mie parole non dette, con questo amore inutile che non ti ho mai dato quando avresti potuto ancora riceverlo.

Grazie per avermi aspettato.

Grazie per avermi voluto bene per tutti questi anni, nonostante tutto, nonostante me.

Grazie per essere stata la mia amica più vera, la persona più buona che abbia mai conosciuto.

Grazie per quel libro regalato a tredici anni, per quella frase che mi hai detto e che ho portato con me per cinquant'anni senza capirla davvero: l'essenziale è invisibile agli occhi.

Avevi ragione. Ho impiegato una vita intera a capirlo. E quando l'ho capito, era già troppo tardi.

Scusa se non ti ho vista.

Scusa se ti ho fatto aspettare invano.

Scusa se ti ho amata senza saperlo e non te l'ho mai detto.

Ti amo, Anna.

Ti ho sempre amata.

Con tutto il cuore, Luca

Piego la lettera. La metto in una busta. Scrivo il suo nome con quella stessa calligrafia incerta che ho sempre avuto.

La metterò nella sua bara. Quando nessuno guarda. Almeno questo posso fare — dirle quello che non ho mai detto, anche se non potrà sentirmi, anche se è troppo tardi per tutto, anche se le parole cadranno nel silenzio senza che nessuno le raccolga.


Stanotte, poche ore prima dell'alba, ho sognato Anna.

Eravamo bambini. In prima elementare. Seduti vicini nel nostro banco di legno, con la pioggia che batteva sui vetri come quel primo giorno — quella pioggia che aveva fatto cadere la mia gomma e aveva messo in moto tutto, senza che nessuno dei due lo sapesse.

Lei si girò verso di me. Aveva le treccine, il grembiule blu troppo grande, gli occhi buoni di sempre.

«Luca» disse.

«Dimmi.»

«Giochi con me?»

«Sempre» risposi.

Lei sorrise. Quel sorriso timido e dolce che conoscevo da una vita intera.

Poi la scena cambiò — come cambiano le scene nei sogni, senza preavviso, senza logica, con quella naturalezza che solo i sogni hanno. Eravamo grandi, sessant'anni forse, seduti su una panchina in un parco soleggiato. Guardavamo dei bambini che giocavano — correvano e urlavam e ridevano con quella energia totale che hanno i bambini, come se il corpo fosse troppo piccolo per contenerla tutta.

«Siamo vecchi» disse lei.

«Un po'.»

«Sei stato felice?»

Ci pensai. «Non sempre. Ma ho avuto una bella vita.»

Lei annuì lentamente. «Ti ho pensato spesso» disse. «In tutti questi anni. Più di quanto tu possa immaginare.»

«Anch'io» risposi. «Sempre.»

Mi guardò. I suoi occhi erano gli stessi — buoni, profondi, pieni di quella luce che non si era mai spenta nemmeno dopo tutto quello che era successo, nemmeno dopo tutti quegli anni.

«Poteva andare diversamente» disse.

«Lo so.»

«Ma va bene così.» Fece una piccola pausa, guardò i bambini che giocavano. «Sono stata felice. Davvero, Luca. Ho avuto una bella vita. Paolo mi ha amata come meritavo. I miei figli sono la cosa più bella che abbia fatto.» Mi guardò di nuovo. «E anche tu, alla fine, lo sarai. Felice. Devi solo smettere di guardarti vivere da lontano.»

Mi prese la mano. La strinse — quella stretta ferma e calda che conoscevo da cinquant'anni, che aveva lo stesso peso del primo giorno e dell'ultimo.

«Ti voglio bene, Luca. Te ne vorrò sempre.»

«Anch'io, Anna. Anch'io.»

Poi sparì. Come spariscono le persone nei sogni — non se ne vanno, non si voltano, semplicemente non ci sono più, e il posto dove stavano è vuoto come se non ci fossero mai state. Ma il calore della sua mano restò ancora per qualche secondo, reale come tutto il resto.

Mi svegliai. La stanza era buia. Fuori l'alba cominciava appena a schiarire il cielo, quella luce grigia e incerta delle prime ore del mattino.

E stavo piangendo.

Non singhiozzi, non lacrime facili. Lo stesso pianto silenzioso e profondo di quando avevo saputo la notizia. Ma diverso questa volta — meno disperato, più simile a qualcosa che si lascia andare. Come aprire una finestra che era chiusa da troppo tempo.

Rimasi sdraiato a guardare il soffitto finché la luce fuori diventò più chiara. E pensai a lei. A tutta la vita che ci eravamo tenuti compagnia. A tutti quegli anni. A quella gomma caduta sotto il suo banco in prima elementare, quando tutto era ancora possibile e il futuro era immenso e nessuno dei due sapeva ancora niente di niente.

Grazie, Anna. Per tutto. Per cinquant'anni di presenza silenziosa. Per quella bontà che non ti ho mai meritato davvero. Per avermi aspettato così a lungo senza mai farne una colpa.

Scusa se non ti ho vista. Scusa se te ne sei andata senza che io te lo dicessi.

Ti ho sempre amata.

ULTIMA PAGINA

Oggi ho finito di scrivere questo libro.

Sette donne. Sette storie. Sette modi di dire no.

Le ho scritte una dopo l'altra. Elena. Martina. La ragazza della libreria. Sara. Giulia. Chloé. Anna. Le ho tirate fuori dal buio dei ricordi. Le ho messe su carta. Non so se servirà. Forse nessuno leggerà mai queste pagine. Forse resteranno qui, in questo quaderno, a prendere polvere.

Ma almeno le ho guardate in faccia.

E guardandole ho capito una cosa.

Il mio problema non era che non le amavo. Il mio problema era che non sapevo riconoscere l'amore. Aspettavo l'uragano. E non vedevo la brezza che avevo davanti. Lo cercavo chissà dove, in forme impossibili. E intorno a me l'amore c'era già. Silenzioso. Paziente. Vero.

Elena. Il mare d'inverno. Martina. La Cinquecento scassata. La ragazza della libreria. Il biglietto dentro Sartre. Sara. Il divano. Giulia. Gli occhi verdi. Chloé. La lingua dei gesti. Anna. La sua attesa infinita.

Sette donne. Sette amori che non ho saputo cogliere.

Ora sono vecchio. Mia moglie dorme nell'altra stanza. Mio figlio vive lontano. I miei amici se ne vanno, uno dopo l'altro. La vita è quasi finita.

Ma queste donne vivono ancora. Nei miei ricordi. In queste pagine.

Forse è per questo che ho scritto questo libro. Non per piangermi addosso. Non per rimpiangere. Per ringraziare.

Grazie, Elena. Grazie, Martina. Grazie, ragazza della libreria. Grazie, Sara. Grazie, Giulia. Grazie, Chloé. Grazie, Anna.

Grazie per avermi amato, anche solo per un attimo. Grazie per avermi aspettato. Ora lo vedo. Ora lo so. È tardi. Ma forse non è mai troppo tardi per dire grazie.

Grazie. A tutte.


EPILOGO

Un anno dopo.

È autunno, di nuovo. La mia stagione preferita, ormai. Quella in cui le foglie cadono e le cose si spogliano del superfluo.

Ho finito questo libro da mesi. L'ho riletto. Corretto. Riscritto. Alla fine l'ho lasciato così com'era la prima notte in cui cominciai a scrivere. Imperfetto. Vero. Non so se qualcuno lo leggerà. Forse resterà chiuso in un cassetto, a prendere polvere. Ma non importa. Non l'ho scritto per gli altri. L'ho scritto per capire. E ora mi sembra di aver chiuso.

Oggi sono tornato al mare.

Non a San Rossore. Un altro posto — una piccola cala tra gli scogli, dove da ragazzo venivo a leggere d'estate. Mi sono seduto su una roccia. Il quaderno era con me. Tutte le storie sono lì, in quelle pagine consumate.

Ho sfogliato il quaderno. Pagina dopo pagina. Elena. Martina. La ragazza della libreria. Sara. Giulia. Chloé. Anna. Sette donne. Ho sfogliato tutto, lentamente, come si fa con le cose a cui si vuole dare tempo.

Poi l'ho chiuso.

Così piccolo. Così leggero. Per tutto il peso che portava dentro.

E ho capito che era ora di lasciarlo andare.

Sono andato vicino all'acqua. Ho aperto il quaderno all'ultima pagina — quella bianca. Con la penna ho scritto poche righe.

A tutte le donne che ho incontrato e non ho saputo amare. A tutte le occasioni che ho lasciato cadere. A tutte le parole che non ho detto. Grazie. E scusatemi.

Ho strappato la pagina. L'ho piegata in quattro. Poi ho chiuso il quaderno. L'ho posato sulla sabbia, appoggiato a una roccia. Non l'ho buttato via. Non l'ho bruciato. L'ho solo lasciato lì.

Il mare continuava a muoversi davanti a me. E per la prima volta dopo molto tempo mi sono sentito leggero.

Ho camminato lungo la spiaggia fino al tramonto. Poi sono tornato verso la macchina. Prima di salire mi sono girato un'ultima volta. Ho guardato il mare, la spiaggia, il punto dove avevo lasciato il quaderno. Non si vedeva più, nascosto tra le rocce.

Ho sorriso. Un sorriso leggero.

E ho detto, a voce alta:

«Grazie, ragazze.»

Poi sono salito in macchina. E sono tornato a casa.


Quella notte ho dormito. Senza sogni.

La mattina dopo mia moglie mi ha guardato.

«Hai dormito?»

«Sì.»

Lei ha sorriso. «Forse hai fatto pace con te stesso.»

«Forse.»

Una sera siamo seduti sul divano a guardare il tramonto dalla finestra. La luce arancione entra obliqua e fa lunghe ombre sul pavimento.

«A cosa pensi?» mi chiede.

«Al passato.»

«Rimpianti?»

Scuoto la testa. «No. Solo ricordi.»

Lei annuisce. Si avvicina. E per la prima volta dopo tanto tempo ci teniamo per mano.


Stanotte apro il cassetto della scrivania. Tra vecchie lettere e fotografie trovo una pagina. Una pagina strappata da un quaderno. La riconosco subito. La leggo.

A tutte le donne che ho incontrato e non ho saputo amare. A tutte le occasioni che ho lasciato cadere. A tutte le parole che non ho detto. Grazie. E scusatemi.

Rimango a guardarla. Poi sorrido. E la rimetto nel cassetto.

Forse non l'ho mai portata via davvero. Forse certe cose restano con noi.

Fuori la notte è serena. Il cielo è pieno di stelle. Ne scelgo una — la più luminosa — e le affido un pensiero.

Per Elena. Per Martina. Per la ragazza della libreria. Per Sara. Per Giulia. Per Chloé. Per Anna.

Sette donne. Sette stelle. Brillano lassù, a illuminare la mia notte.

Il futuro è tutto ciò che non abbiamo fatto. Ma anche tutto ciò che, non facendo, abbiamo imparato.

Grazie, ragazze.

Grazie di tutto.

FINE


NOTA DELL'AUTORE

Questo libro è nato da un'idea semplice: un uomo anziano che ripensa alle donne che avrebbe potuto amare e non ha amato. Sette storie. Sette ricordi. Sette rimpianti.

Non è un'autobiografia, anche se dentro ci sono pezzi di vita vera. Non è un romanzo, anche se ci sono invenzioni e immaginazioni. È qualcosa che sta nel mezzo. Una confessione. Un esame di coscienza. Una lettera d'amore a tutte le donne che ho incontrato e non ho saputo vedere.

Se sei giovane e stai leggendo queste pagine, forse ti sembreranno strane. Forse non capirai perché qualcuno possa rimpiangere così tanto delle occasioni perdute. Forse penserai: io sono diverso. Io non lascerò scappare l'amore.

E forse è vero. Forse tu sarai più sveglio di me. Più coraggioso. Più attento.

Ma se posso darti un consiglio, da vecchio a giovane, è questo: quando incontri qualcuno che ti guarda con occhi sinceri, fermati. Guardalo davvero. Non cercare chissà cosa. Non aspettare l'uragano.

L'amore, spesso, è una brezza leggera. Una presenza costante. Una mano tesa.

Non lasciarlo andare.

Perché poi, quando sarai vecchio, ti rimarranno solo i ricordi. E i ricordi, se non hai vissuto, sono solo rimpianti.

Vivi, invece. Sbaglia, se necessario. Ma vivi. Ama, anche se fa paura. Buttati, anche se non sai nuotare.

Perché alla fine, l'unica cosa che conta è questa: aver amato. Aver provato. Averci messo il cuore.

Il resto è silenzio.


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